Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano
Chandra Livia Candiani è poetessa anche quando scrive prosa, come in questo caso.
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In un passaggio fondamentale di questo discorso, Wallace parla delle piccole frustrazioni della vita quotidiana e fa l’esempio di un uomo della classe media che dopo 10 ore di lavoro vorrebbe tornare a casa e sdraiarsi sul divano. Tutto ciò che desidera è spegnere il cervello ed invece si ricorda che non ha nulla da mangiare in frigo. Si ritrova così nel traffico e poi al supermercato, illuminato in un modo così fastidioso, frequentato da persone altrettanto stressate e che vorrebbero solo tornare a casa, ma che sembrano fare di tutto per ostacolarci. Cassieri lenti, clienti irritanti. Tutto appare frustrante ai nostri occhi in quel momento.
Al culmine di questa terribile descrizione, Wallace enuclea il principio fondamentale del suo discorso:“Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La mia fame e la mia stanchezza e il mio desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi”.
Non credo possa esistere discorso più calzante per descrivere i meccanismi psicologici di base che orientano gli individui in mezzo al traffico automobilistico.
Diversi anni fa, un gruppo di ricercatori dell’Università Sapienza di Roma, analizzò i vissuti emozionali delle persone che quotidianamente affrontavano il traffico romano. Dalla ricerca emerse che la gran parte degli automobilisti riteneva che la metafora più appropriata per descrivere il traffico romano fosse quella della giungla, intendendo con essa un sistema anomico, non fondato sul rispetto di regole di convivenza codificate e condivise, ma sulla legge del più forte.
L’elemento, tuttavia, più interessante è che ciascun intervistato attribuiva le cause di questa organizzazione priva di regole ad aspetti esterni al proprio controllo. Ciascuno di loro si sentiva obbligato a rispondere in modo aggressivo al contesto a causa del comportamento degli altri e non sentiva di contribuire attivamente a costruire il sistema-giungla. Lo accettava come un dato di fatto incontrovertibile. Se avesse avuto libertà di scelta, avrebbe di buon grado rispettato le regole ed evitato di guidare in modo caotico.
Il problema è che la percezione di non avere alcun controllo sul comportamento degli altri influenza la percezione di avere possibilità di scelta. Come dice Foster Wallace, nel momento in cui rinuncio all’idea di essere libero di scegliere a cosa pensare e a come leggere il contesto che ho di fronte, finirò per guardare il mondo come un ostacolo alla mia gratificazione personale ed il traffico come un immenso teatro di guerra.
Sul tema del traffico come ambito elettivo entro cui esprimere le psicopatologie della vita quotidiana, per dirla con Freud, in molti hanno scritto e riflettuto.
Il traffico per alcuni di noi diventa il non-luogo entro cui proiettare il nostro lato più distruttivo. A tutti almeno una volta nella vita è capitato di urlare nell’abitacolo, perfettamente consapevoli che quello sfogo non avrebbe assolutamente cambiato la situazione, né ferito la persona che ci aveva tagliato la strada. Le urla somigliano più ad una forma atipica di acting out: le parole sono utilizzate come atti, non hanno alcuna funzione comunicativa, quanto di decompressione.Questo meccanismo è reso possibile anche da alcuni elementi peculiari del traffico. L’abitacolo può essere letto indistintamente come roccaforte che ci protegge - e dunque ci permette di esprimere le offese più violente, perché consapevoli di non doverne poi subire le conseguenze, cosa che non è affatto scontata se avvenisse su un marciapiede fra pedoni - ma anche come gabbia simbolica, segno della resa dell’uomo moderno e della sua perdita della propria libertà d’azione.
E’ la tesi su cui il fotografo statunitense Gregory Crewdson ha costruito il suo successo. Una delle sue foto più famose ritrae un uomo in piedi in una strada poco illuminata. E’ appena uscito dall’abitacolo della sua auto, la portiera è ancora aperta. Tutto intorno è desolato e l’uomo ha la testa china verso l’asfalto, quasi incapace a guardare oltre ciò che vede dalla sua solita postazione al volante della sua auto.
Credwson, con impressionismo quasi cinematografico, è in grado di restituirci un vissuto comune che attribuiamo al traffico, quello della prigione, della via senza uscita, del tempo sottratto a spazi più ampi e sacrificato ad un comfort sempre meno lussuoso e sempre più nevrotizzato.
Ciò che in Wallace è recuperato con la libertà di pensiero, in Credwson è dato per spacciato. Noi preferiamo la prima versione: i vissuti, anche quello del prigioniero, sono mutevoli ed anche il nostro modo di stare nel traffico può essere cambiato.
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