Vergogna

Vergogna

“La timidezza è quando distogli lo sguardo da una cosa che vuoi. La vergogna è quando distogli lo sguardo da una cosa che non vuoi.”

E’ difficile trovare una frase più diretta e allo stesso tempo più stratificata di quella dello scrittore Jonathan Safran Foer per esprimere la complessità del sentimento di vergogna.

Nella nostra cultura tendiamo a distinguere le emozioni ed i comportamenti in buoni e cattivi, positivi e negativi. La gioia, l’estroversione, l’altruismo sono percepiti come manifestazioni di vicinanza e presenza; la paura, la rabbia, l’introversione sono invece percepiti come manifestazioni di distanza e rifiuto. Una storia a parte caratterizza l’emozione del controllo, esaltata in certi contesti ed in altri no (controllare le proprie emozioni è vista come una competenza indispensabile per assumere un comportamento socialmente accettabile, ma appare chiara l’ambivalenza che nasconde l’essere controllanti - chi vive un Disturbo Ossessivo Compulsivo può facilmente intuirla).  

Fra tutte le emozioni, tuttavia, la vergogna è probabilmente una delle più deprecate. Come tutte le emozioni, essa nasce per rispondere ad una funzione evoluzionistica e sociale. Se la paura ci avverte di un pericolo (che sia reale o fantasticato è ciò che rende la paura oggetto di indagine della psicologia), la vergogna riflette il ruolo che diamo all’immagine sociale per essere accettati dal gruppo e che nel corso della nostra evoluzione ha avuto un’importanza cruciale nel fondare l’organizzazione sociale e culturale umana.

Questa organizzazione si è evoluta nel tempo. Attualmente l’immagine sociale è uno dei principi cardine del mondo contemporaneo, nel quale la presenza anima e corpo nei diversi contesti della socialità è diventata irrinunciabile. Basti pensare a cosa significhi presenziare sui social, mettendoci la faccia, la voce, la gestualità, fino ad utilizzare ciò che siamo come strumento di comunicazione principale. In fin dei conti il mantra dell’esserci si accompagna a quello dell’essere sé stessi, in una ricerca di autenticità che ormai è proposta come valore attraverso cui costruire il proprio percorso di crescita, personale, professionale e sentimentale.  

In questo contesto, vergognarsi è visto con diffidenza. Se provi vergogna per quello che sei hai scarsa autostima; se ti vergogni in mezzo alle altre persone hai una qualche forma di fobia sociale.
La vergogna, dunque, dà adito al labelling sociale, serve principalmente ad indicare che c’è qualche problema e nella gran parte dei casi tale problema è individualizzato, è cioè qualcosa che sta dentro la persona e che richiede un aggiustamento: potenziare l’autostima, ridurre l’ansia, evitare il ritiro, accrescere la presenza.

Questa rappresentazione della vergogna mi sembra piuttosto banale e forse è utile riprendere la frase di Foer e provare ad approfondirne i risvolti.
L’aspetto più rilevante di quanto dice Foer è la centralità che assume il desiderio nel determinare le nostre reazioni. Certo, Foer propone ancora una versione individuale delle emozioni: distogliamo lo sguardo da ciò che vogliamo se siamo timidi, da ciò che non vogliamo se ci vergogniamo.
Tuttavia, anziché soffermarci su quanto la vergogna sia indice di un’assenza o di un deficit caratteriale e comportamentale, interrogarsi su come essa rappresenti la sottrazione dello sguardo verso ciò che non vogliamo implica una riflessione su qual è il senso che attribuiamo agli eventi ed alle relazioni.

L’etimologia della parola desiderio è ambivalente: “de-sidus” significa letteralmente “assenza di stelle” e generalmente la associamo al sentimento di mancanza e dunque alla ricerca di qualcosa che vogliamo raggiungere con passione; allo stesso tempo, però, può essere inteso come la rinuncia alle stelle, un’accezione psicologicamente più complessa e interessante. Rinunciare alle stelle implica la sospensione delle nostre fantasie onnipotenti e dunque il desiderio permette di orientarci alla realtà ed a ciò che è possibile.
Credo che l’emozione della vergogna possa essere inteso in un modo simile, se la rappresentiamo come rinuncia a qualcosa che non desideriamo, sia essa un’esperienza che abbiamo subìto (la vergogna è una delle emozioni principali vissute da persone abusate o violentate), sia essa un’esperienza che non vorremmo vivere.
Provare vergogna nel mostrarsi sui social, ad esempio, siamo sicuri che indichi una scarsa autostima?
Non è più probabile che il conflitto che si cela dietro la vergogna indichi il sottrarsi nel fare qualcosa che non vogliamo, ma di cui allo stesso tempo ne percepiamo la forte pressione sociale?
La vergogna ci può fornire significati molto più complessi del semplice deficit caratteriale. Potrebbe indicare la nostra ambivalenza nel sentirci obbligati a fare qualcosa che non solo non desideriamo, ma di cui non capiamo il senso. Allora la vergogna torna ad avere la sua funzione principale: fornirci l’occasione per riflettere su quello che stiamo facendo, su quanto desideriamo farlo e su cosa significhi per noi e per il nostro contesto. 

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