Cecità, di José Saramago
Più si unilateralizza la visione di se stessi e del mondo più sarà forte la crisi che scuoterà la psiche verso nuovi equilibri
Continua a leggereUscire dalla trappola del senso di colpa
La colpa è un sentimento morale funzionale alla socialità, ma quando assume proporzioni esagerate può essere disastroso
Continua a leggereActing out. L’inconveniente di restare senza parole
Nella vita sperimentiamo costantemente forme di agito emozionale. Cosa accade quando ci mancano le parole per esprimere cosa proviamo e passiamo all’azione
Continua a leggereComfort food. Il cibo come memoria
I cibi che amiamo e che ci fanno stare bene non parlano solo delle nostre preferenze, ma anche delle relazioni che abbiamo e di quelle che ricordiamo
Continua a leggereLa reificazione del simbolico
Dalle statue di Leopoldo II del Belgio e di Churchill a Via col vento, aumentano le richieste di oblio per il passato razzista, finendo per reificare il simbolo
Continua a leggereNarcisismo. La paradossale condanna all’inconsistenza
Cerchiamo di dare un quadro di sintesi di uno dei costrutti psicologici più ricercati dalle persone su internet.
Continua a leggereGenius Loci e assembramenti in città
Gli Assembramenti sui Navigli o a piazza Trilussa non possono essere valutati se non si tiene conto del significato simbolico ed emotivo dei luoghi
Continua a leggereBrutalità poliziesca ed effetto Lucifero
La vulgata racconta la violenza delle forze dell’ordine come un prodotto dell’azione di poche “mele marce”. L’esperimento di Zimbardo ci parla di altro
Continua a leggereHo cercato la parola resilienza su Google Immagini
Il termine resilienza è da tempo inflazionato. Come costrutto psicologico, però, ha una sua storia, diversa dall’uso che ne fa il senso comune
Continua a leggereL’immaginario del nuovo mondo
Come molte esperienze capitali, la pandemia può essere vista anche come incubatore del desiderio
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La bambina era evidentemente preda del suo primo senso di colpa.
Il senso di colpa è definito come “sentimento morale” e già su questa definizione vale la pena riflettere: il senso di disagio, vergogna, preoccupazione, impotenza con cui spesso si accompagna nasce infatti da un atto di disobbedienza rispetto a una regola sociale. Anche quando il senso di colpa è legato a rapporti affettivi privatissimi, c’è sempre alla sua origine la rottura di una norma che implicitamente abbiamo interiorizzato, per cui sentiamo di poter essere oggetto di biasimo o di condanna.
Il senso di colpa, quindi, è un sentimento complesso, che prevede la cognizione dell’essere inseriti in un contesto dove alcune cose sono lecite e alcune no. Questa liceità, in più, non è necessariamente sancita sul piano formale. La nostra istanza giudicante interna, che Freud ha chiamato Super-Io, è una mescolanza di ingiunzioni reali e fantasmatiche: quello che ci hanno detto esplicitamente che non va fatto si avviluppa con quello che noi stessi ci siamo immaginati come riprovevole.
Sul piano della civiltà, una quota di senso di colpa è quindi funzionale al mantenimento della convivenza. Ma spesso il senso di colpa assume, sul piano psicologico individuale, una proporzione inflazionata. In questo caso, di che peso si sta caricando chi si sente in colpa? Quasi sempre, quando si scava nelle profondità dei meccanismi relativi al senso di colpa, si arriva alla paura di non essere considerati degni di amore. Questo timore è il motivo sostanziale per cui il senso di colpa può letteralmente allagare la vita di un individuo. Ci si può sentire talmente in pericolo di perdere l’affetto degli altri che un semplice atto di opposizione, o anche solo di autodeterminazione, può produrre uno stato di profonda ansietà e/o di sostanziale immobilismo, come se in ogni azione possibile si celasse una potente cova di offese e ferite. Le persone attanagliate dal senso di colpa (per quello che hanno fatto, per quello che potrebbero fare) si perdono spesso in complicatissime ruminazioni del pensiero: se si sentono in colpa per qualcosa che è già successa, possono spendere molta energia psichica a rieditare gli avvenimenti, chiedendosi come altro avrebbero potuto comportarsi; se il senso di colpa è legato a qualcosa che deve ancora succedere, l’energia servirà per contemplare preventivamente tutti gli scenari possibili per evitare che quella persona o quelle altre ci rimangano male.
Un nucleo fondamentale del senso di colpa, infatti, è proprio la dislocazione. Tranne che in pochi, concreti avvenimenti, il senso di colpa si pone in un tempo non presente, un tempo sfumato di vaghe possibilità. E’ come se l’atto individuale, che si definisce attraverso la scelta del comportamento e che si pone necessariamente in un “qui ed ora”, fosse messo sotto un giudizio impietoso che si compie “fuori scena”.
Quello che può aiutare le persone eccessivamente condizionate dal senso di colpa è l’esercizio della responsabilità. Compiere una valutazione di sentimento sulle proprie intenzioni ed azioni (ho deciso di fare, non fare, dire, non dire, perché in quel momento mi è sembrata l’opzione migliore) consente di mettere a terra, nel presente e responsabilmente, le proprie scelte. Una volta che ci si sente responsabili della propria condotta sarà anche più facile farsi carico delle conseguenze. Parallelamente all’esercizio della responsabilità, si deve lavorare sulla percezione delle conseguenze. Perché, come abbiamo detto, spesso associata al senso di colpa c’è un’esagerata percezione della gravità dei comportamenti. La bambina che ha buttato dalla finestra le macchinine rosse del fratello, temeva che lui non le avrebbe voluto più bene come prima. Nell’esercizio delle proprie responsabilità è importante quindi monitorare il salto sul piano emozionale profondo che può spostare il peso verso la sensazione di colpevolezza. E infine, consentirsi la compassione: è quasi sempre vero, infatti, che chi è perseguitato da meccanismi di colpa rivolge a se stesso una severità di giudizio che non applicherebbe agli altri. In questa linea, essere capaci di assolversi è importante.
Lavorare sul senso di colpa è decisivo per la maturazione personale: il rischio di restare impigliati in un atteggiamento infantile di svalutazione e condanna di sé favorisce infatti comportamenti adesivi nei confronti di quelli che si immaginano essere i desideri degli altri nei propri confronti (il “come tu mi vuoi” o come io penso che tu mi voglia) e ci si perde.
Una macchinina rossa si recupera facilmente: la percezione del proprio valore no.
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