L'immaginario intorno alla nascita. Di gravidanze e neonati in quarantena

L'immaginario intorno alla nascita. Di gravidanze e neonati in quarantena

Selvaggia è mamma di un bel bambino paffuto, nato a Roma a fine gennaio. “Ora ride quando incontra lo specchio”, mi dice, raccontando i suoi progressi, “ogni giorno è una nuova scoperta”. Lo guardo in video, non è uno specchio, ma effettivamente il bimbo borbotta e sorride. La quarantena è iniziata dopo pochi giorni che Selvaggia e il suo compagno sono tornati a casa ed hanno finito di sistemare la cameretta del bimbo, arricchendola dei primi regali arrivati dopo la nascita. Insieme alle promesse degli amici e dei parenti di andarli presto a trovare. “Effettivamente la cosa più difficile di questo isolamento non è tanto la mancanza di un aiuto pratico, quanto il fatto di non poter condividere questa esperienza bellissima con le persone che ami, sentirsi psicologicamente ed affettivamente accompagnati. Certamente, le persone ci sono vicine comunque, mandiamo i video del bambino via whatsapp, facciamo piccole dirette con skype, ma è ovvio che non è la stessa cosa”.

L’immaginario intorno alla nascita è intriso di proiezioni psicologiche. Durante la gravidanza, la relazione che si instaura con il bambino che deve nascere si colora dei desideri, delle attese, delle paure, delle fantasie dei genitori. Il dialogo con il bimbo inizia molto prima che venga al mondo: sono già in viaggio le molte traiettorie affettive che convergono nell’accadimento che proprio quelle due persone, in quel dato momento storico, stanno per diventare genitori. Nell’esperienza della genitorialità c’è un passaggio generativo decisivo, in cui, in modo consapevole e inconsapevole, si muovono le immagini parentali personali e si creano le basi per incontrare una persona nuova. Il bambino che nasce è già portatore di un immaginario articolato, e questo è uno dei motivi per cui il periodo post parto è un momento molto delicato: non soltanto per la rivoluzione ormonale in corso ma anche perché si compie il confronto tra ciò che si è immaginato e ciò che si realizza.

“Se devo fare un confronto tra quello che mi ero immaginata e quello che sto vivendo in quest’ultimo mese” – continua Selvaggia – “ci sono anche degli aspetti positivi che questa condizione assurda ed eccezionale sta portando: intanto il mio compagno, che sta lavorando da casa, si sta godendo ogni momento di questa crescita, e stare insieme così tanto è un’esperienza fantastica per entrambi. Poi c’è il discorso della routine. Avevo un po’ timore, vista la mia elettricità di base, che dover passare intere giornate scandite da gesti ripetitivi (la poppata, i cambi, il bagnetto, di nuovo la poppata) sarebbe stato pesante. Invece, l’essere costretti a stare in casa per la quarantena, annullando ogni opzione alternativa, mi ha consentito di sintonizzarmi più facilmente con questo tempo lento e dedicato, ho scoperto di essere molto più paziente di quanto credessi. Mi godo questo momento, senza pressioni, non sono solo io ad essere ferma, tutto è fermo. E non ho paranoie che questo momento possa essere un trauma per il bambino. È ancora troppo piccolo per sentire la mancanza della socialità, ha i suoi genitori a disposizione tutto il giorno, credo che per adesso vada bene per lui.”

Anche Margherita, che è rimasta incinta a fine gennaio e sta vivendo i primi mesi della gravidanza in quarantena a Milano, cerca di non “farsi paranoie” sul futuro. “Anche se il bambino lo stavamo cercando da un po’, è un momento davvero complicato per iniziare una gravidanza. Se mi chiedi come lo immaginassi, ecco non immaginavo che alla prima ecografia mio marito non potesse accompagnarmi e intorno fossero tutti combinati come astronauti. Questa cosa stressa la dimensione medica dei controlli, ti dà l’impressione di essere malata, non incinta. Certo, mi hanno permesso di stare in videochiamata con Rocco che stava fuori, ma insomma non è la stessa cosa che commuoversi mano nella mano sentendo per la prima volta il battito del cuore del bambino”. E poi c’è l’incertezza del lavoro, la difficoltà di movimento per farsi aiutare (Margherita e Rocco sono entrambi originari di altre città). “Cosa c’è di buono? Che al lavoro posso non dirlo ancora. Insomma, stando a casa, nessuno si accorge se devo correre in bagno per le nausee. Riesco a tenere quest’esperienza più privata, la condivido solo se scelgo di farlo.” 

Approfondendo il discorso sull’immaginario, con Margherita, le chiedo qual è l’impressione emotiva e psicologica più intensa di questa gravidanza ai tempi del Covid 19. “Ti accorgi che la vita e la morte sono una cosa vicina. Alcune persone care se ne sono andate ed ora ce n’è una che sta per nascere. Nonostante tutti gli sforzi che puoi fare, ti accorgi che puoi controllare molto poco, e senti davvero che la natura fa il suo corso. Incredibilmente, questo mi ha messo addosso una grande calma.”





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