Perché sono gli americani (e non gli europei) ad andare su Marte

Perché sono gli americani (e non gli europei) ad andare su Marte

Lo scorso 18 febbraio, alle 21.55 italiane, milioni di persone in tutto il mondo hanno potuto assistere in diretta streaming all’atterraggio del rover Perseverance sulla superficie di Marte. Che l’evento fosse epocale ce ne siamo accorti realmente solo quando abbiamo visto esplodere di gioia i tecnici della NASA, come ci era capitato di vedere soltanto attraverso la lente romanzata di Hollywood, da Apollo 13 in avanti. 

Solo in anni più recenti, con la missione di Perseverance e la prima impresa privata targata Elon Musk, l’esplorazione dello spazio ha subìto una nuova accelerazione, accompagnata da un rinnovato interesse popolare, che ci ha riportato ai progetti ambiziosi degli anni ‘60 e ‘70, quando l’uomo raggiunse la Luna. 

Era l’epoca in cui l’orizzonte del progresso sembrava senza limiti e l’invito di John Fitzgerald Kennedy ad affrontare le sfide della Nuova Frontiera, intesa non più come linea di demarcazione fisica, ma come propensione ideale entro cui realizzare gli obiettivi democratici e progressisti dell’Occidente, era ben lontano dall’essere semplice utopia. 

Prima ancora di diventare uno spazio mentale, la frontiera è stata un’esperienza di formazione territoriale e culturale per la società americana. Per comprenderla, tuttavia, è necessario recuperare il concetto di confine, precipuamente europeo, e la matrice comune del limes romano.

Almeno fino ad Augusto, se non oltre (con la conquista della Britannia da parte di Claudio e della Dacia da parte di Traiano), Roma visse un processo espansionistico apparentemente privo di limiti. Per i romani la conquista dell’intero mondo conosciuto era soltanto una questione di tempo. Con la disfatta di Teutoburgo nel 9 d.C., tuttavia, l’espansione subisce la sua più importante battuta di arresto. Augusto si rende conto che l’Impero è troppo grande e segna i confini oltre i quali i romani non dovranno più spingersi. Nasce così il concetto di limes, quella linea senza soluzione di continuità che separava la civiltà dalla barbarie, incarnata da immensi fiumi (il Reno, il Danubio, il Tigri e l’Eufrate), aridi deserti (quello siriaco, quello arabo, quello africano), fino a costruzioni militari create ad hoc (il vallo di Adriano). 

Il limes diventa così espressione ambigua della politica espansionistica romana. E’ la soglia, la zona appunto liminale, che di volta in volta assume un significato differente. Talvolta accesso alle risorse barbariche e incontaminate da depredare, più spesso trincea da difendere dall’invasione esterna.

Su questa doppia accezione si è poi costruita la cultura europea, che rispetto alla cultura classica sposta l’epicentro territoriale più a nord, rendendo il Mediterraneo da mare nostrum a linea di demarcazione con il mondo islamico. L’Europa frammentata si fonda interamente sul concetto di confine, che segna la fine di ciò che è proprio, ma lo fa cum, in un rapporto di condivisione con l’altro. Il confine è fra due forze in campo consapevoli della rispettiva esistenza. Il nemico è infatti sempre una presenza, qualcuno con cui confrontarsi sul campo di battaglia che per quanto possa essere avversario, aggressore o eretico, ci rassomiglia.

Un diverso tipo di esperienza si realizza quando l’Europa “scopre” il Nuovo Mondo. Con i conquistadores, ma soprattutto più tardi con la conquista anglosassone del Nord America, l’esperienza del confine si trasforma nell’epopea della frontiera. La linea di demarcazione non è più con la presenza dell’altro, ma con uno spazio vergine da colonizzare. Gli stessi abitanti indigeni sono più elementi del contesto, che alterità con cui confrontarsi e accordarsi. Incarnano il mito del selvaggio da addomesticare sia pure con la forza, nell’espressione delle infinite potenzialità che l’orizzonte mai esaurito offre.
È su queste premesse che Frederick Jackson Turner nel 1893 propone di leggere la storia americana attraverso la tesi della frontiera. Per duecento anni (dal ‘700 al ‘900) la frontiera ha plasmato l’organizzazione sociale e la forma mentis degli Stati Uniti. Il Far West, ancor prima di diventare un mito collettivo, era lo spazio del desiderio e del possibile. Nella prospettiva di frontiera ciò che è oltre il confine non è una presenza con cui confliggere, ma un vuoto da occupare e su cui costruire le fondamenta di qualcosa di nuovo e originale.

Se fosse possibile identificare una matrice europea ed una matrice americana del pensiero, noteremmo quanto la dialettica tra frontiera e confine sia rilevante. La propensione più realista e diplomatica della cultura europea, forgiata da secoli di scontri e di contrattazioni con l’altro per il controllo di porzioni minime di territorio, da una parte. L’espansionismo, l’universalismo, il think positive americano, edificato sulle immense praterie del potenziale, dall’altra.  

Al di là di distinzioni così arbitrarie, la frontiera ed il confine possono essere intese come metafore del Sé, compresenti in ciascuno di noi e quindi in ogni cultura. Il confine rappresenta una tappa essenziale del processo di individuazione, cioè la capacità di distinguere fra sé e l’altro e di mediare nel presente fra le forze interne e le pressioni esterne, che è sempre un’opera di negoziazione. La frontiera incarna invece la realizzazione del potenziale, è l’ideale dell’Io verso cui tendere e che si situa sempre nel futuro. Come gli Stati americani di frontiera fungevano da zona di passaggio fra le regioni dell’Est acquisite da tempo e l’Ovest selvaggio, la frontiera è per il Sé anche una zona di sviluppo prossimale, citando Vygotskij. E’ il regno del possibile che oscilla fra ciò che è dato e ciò che potremmo diventare.

Con l’esplorazione di Marte torna possibile confrontarci con la frontiera e forse è questo ciò che ci entusiasma di più. Almeno fino a quando non lo avremo colonizzato del tutto, sottoponendolo alla difficile gestione dei confini e della convivenza.

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