Editing emotivo

Editing emotivo

Oggi vi accompagno attraverso un viaggio associativo fatto insieme ad un paziente. Un viaggio che inizia con la scrittura e finisce in un sogno.

Saro fa il neurochirurgo – o forse è un neurochirurgo - in un noto ospedale del Centro Italia. Da che ricorda vuole scrivere. Le rare occasioni in cui si è confrontato con questa possibilità hanno confermato non solo il gusto nel farlo, ma anche qualche abilità. Scrivere per lui è come un sogno che, solo dopo alcuni anni, esce dall’opacità onirica per diventare qualcosa nella realtà. Saro decide di iscriversi ad un’importante scuola di scrittura che frequenterà settimanalmente per un breve periodo. Va tutto bene fino a quando non compare nella sua vita l’editor, questo essere mitologico del quale Saro non capisce esattamente la funzione: “Cosa vuole da me, dai miei racconti?”, sembrava dire.

Dopo alcune lezioni era giunto il momento di mettere in pratica quanto imparato. Gli viene richiesto di produrre una breve sinossi di un racconto.

"Fino a qui tutto bene” (cit.)1.

Poco dopo viene richiesto di inviare il breve racconto all’essere mitologico editor, giovane tizio incaricato dalla scuola di leggere i racconti degli studenti e dare loro una mano nell’organizzazione del prodotto. L’impatto dell’atterraggio fu devastante: Saro si confronta con il feed-back sul prodotto e con una valanga di “non si capisce bene di qua, non è chiaro di là, non hai riletto il testo, piccoli errori ortografici e di punteggiatura”, il tutto condito, a detta di Saro, da un atteggiamento antipatico e saccente. L’esperienza viene raccontata come dolorosissima ma soprattutto irritante, qualcosa che suonava come “non sono io ad avere sbagliato ma è lui a non avere capito”. Per parlarne Saro, consapevole di essere preda di un’emozione che rendeva complesso l’uso della relazione con l’editor, mi racconta un film: Genius di Michael Grandage. 

New York, 1929.

Maxwell Perkins, editor di successo e scopritore di autori quali Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway, riceve nel suo ufficio le bozze di O Lost, romanzo di Thomas Wolfe. Colpito dal contenuto, decide di pubblicarlo e, così, inizia una collaborazione con l’autore circa la revisione di quel testo come di altri nel futuro.

La tensione tra i due si consuma intorno al tema del contenere la narrazione entro un certo limite di pagine. L’autore si presentava con migliaia di pagine che in quella forma sarebbero state impubblicabili. L’editore cercava di aiutare l’autore a scegliere le parole con cura, parole precise, esatte, che tenessero a mente il lettore e la realtà del mondo editoriale.

“Ho scritto cose strappate a forza dalle mie viscere e tu dici che non c'è spazio? […] Non faresti mai una cosa così a Hemingway o a Fitzgerald!”, dice distrutto Wolfe.

Chiamerei ciò che gli editor propongono a Wolfe, così come a Saro nella sua nascente esperienza da scrittore, il passaggio delle proprie fantasie attraverso il setaccio editoriale della realtà. 

Tu hai a mente qualcosa e la fai diventare una storia. Tra quel qualcosa che ti è venuto in mente e la storia c’è differenza. La storia, con il suo procedere attraverso le regole della sintassi, le regole della realtà, non sarà mai come le immagini che costruiscono un’idea narrativa. Analogo è il rapporto tra il manoscritto presentato e il libro. In mezzo la funzione di revisione editoriale che la logica razionale – o l’editor metoforicamente – svolge. È quanto avviene quando proviamo a raccontare un sogno.

L’interpretazione psicoanalitica dei sogni è possibile solo attraverso il veicolo del linguaggio; sappiamo anche che è possibile solo attraverso la destrutturazione dei nessi narrativi che il sognatore costruisce nel suo racconto e attraverso l’individuazione di elementi che isolatamente consentono lo sviluppo di un processo associativo. Questi elementi che nel sogno sognato sono impressioni emozionali non comunicabili, nella realtà diventano parole. Quanto avviene è un processo di traduzione e riduzione dei potenziali infiniti significati emozionali. La traduzione – trovare le parole per dire le cose – e la riduzione – ridimensionare le proprie fantasie e adattarsi creativamente ai limiti della realtà – sono competenze psicologiche preziosissime che facilitano, o forse consentono, la realizzazione e la riuscita dei propri progetti di vita.

1“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: ‘Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene’. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.” Inizio de L'odio, film del 1995 di Mathieu Kassovitz.

Precedente La noia
SuccessivoEx-Machina: chat GPT e le nuove frontiere dell'Intelligenza Artificiale