In silenzio

In silenzio

Una ragazza sta attraversando una strada poco illuminata con la sua bicicletta. Sull’asfalto c’è ancora l’umidità di una pioggia trascorsa e la ragazza rallenta. Improvvisamente un rumore sordo ma potente la fa trasalire. Qualcosa è caduto dall’alto sul cofano di una macchina che è proprio davanti a lei. Passano pochi secondi ed il cofano è colpito di nuovo da qualcosa di molto pesante, che stavolta riconosciamo. E’ un corpo caduto dal cielo.
Ora un ragazzo è ripreso di spalle, davanti al balconcino dal quale i due corpi sono caduti. Attorno a sé ci sono tracce di sangue, il ragazzo si gira e si dirige verso la camera della sorella adottiva, che è seduta al bordo del letto, con la porta aperta.
Il ragazzo si siede vicino a lei e l’abbraccia, mentre una lampada proietta su tutte le pareti della stanza dei puntini luminosi, un cielo stellato fluorescente che avvolge e protegge fratello e sorella da quello che è appena avvenuto.

E’ così che inizia la serie tv spagnola firmata Netflix, El silencio, thriller psicologico incentrato su Sergio Ciscar, ragazzo plusdotato e tormentato, che è accusato di aver ucciso i propri genitori, gettandoli dalla finestra.
Conosciamo il protagonista quando è ormai un giovane adulto, uscito dal carcere minorile dopo 6 anni dal doppio delitto, perché ritenuto in grado di essere reintegrato nella società e non più pericoloso.

In realtà, sin dalle prime battute, il caso di Sergio appare molto strano. Per tutti e 6 gli anni di carcere non ha mai parlato con nessuna autorità: polizia, tribunali, avvocati, educatori.
Il suo silenzio sembra avere una doppia valenza: eludere le sue responsabilità o forse elaborare un trauma incomunicabile.
Più la storia va avanti, più Sergio appare una vittima, anziché un carnefice. Una storia familiare confusa, che narra di un ragazzo brillante ma pieno di rabbia, cresciuto da una madre psichiatra che sembra allevarlo come una cavia da laboratorio per comprendere il suo funzionamento mentale e “ripararlo”.
Questa versione che complessifica l’evento tragico è rafforzata da tanti elementi che spingono lo spettatore ad avere sempre più sospetti.
La comunità religiosa che accoglie Sergio fuori dal carcere, guidata da un ecclesiastico-santone eccentrico e inquietante (Ramiro Blas sempre eccezionale nell’interpretare figure assistenziali che rivelano un doppio gioco osceno, come già avvenuto in Vis a Vis, serie nella quale interpreta un medico che violenta le ragazze del carcere dove lavora), sembra sfruttare il caso di Sergio per motivi di visibilità mediatica. Una parte della polizia manovra nell’ombra, in combutta con il proprietario di una casa farmaceutica, per nascondere prove che potrebbero comprometterne l’immagine.
E’, però, soprattutto il personaggio di Ana Dussuel, psichiatra che sta conducendo un esperimento segreto su Sergio, a raccontarci una versione differente della storia.
Ana segue Sergio in tutti i suoi spostamenti grazie ad un ampio sistema di videosorveglianza, con l’intento di dimostrare la sua innocenza. Per lei Sergio è una vittima, forse qualcosa di più. Per Sergio, invece, c’è un solo pensiero ossessivo nella sua mente, rivedere sua sorella, che ora ha l’età che lui aveva all’epoca della morte dei genitori.
Sarà proprio la sorella, alla fine della serie, a sciogliere l’enigma, lasciando tutti a bocca aperta non solo per il colpo di scena finale, ma perché ci costringe a confrontarci con le nostre fantasie sulla natura dell’essere umano, sulla malattia mentale e sul confine tra l’essere vittime e l’essere carnefici.
Nelle scorse settimane, il caso Impagnatiello e l’uccisione di Giulia Tramontano hanno sconvolto l’opinione pubblica, riaccendendo il dibattito su quali siano le cause che portano alcune persone a commettere reati atroci.
Sono così riapparse su giornali e televisioni espressioni come narcisismo maligno, psicopatia e sociopatia, che sembrano il contraltare tecnico del mostro nominato dalla stessa madre di Impagnatiello, in lacrime davanti ad una telecamera.
Cosa si nasconde nella mente di un assassino, questo tipo di assassino? Sarà mai recuperabile? C’è qualcosa nel suo cervello che lo porta a compiere gesti così violenti o è l’ambiente che ne ha determinato il comportamento? E’ tutto scritto nel genoma o nella storia di vita? Infine, qual è il confine che separa l’inevitabile dal libero arbitrio?

Premetto che la Psicologia, anche in casi in cui la tentazione è solo quella di rinchiudere e gettare via la chiave, ha un mandato sociale diverso dalla giurisprudenza. Laddove la seconda deve stabilire colpe, la prima deve esplorare e conoscere sospendendo il giudizio. Questo non significa che gli psicologi non si facciano una propria personale idea della realtà dei fatti, ma che il loro compito professionale è comprendere premesse, significati e moventi consci e inconsci del comportamento criminale.

L’italia ha vissuto il caso per eccellenza del criminale “irrecuperabile”, quello di Angelo Izzo. Uno degli autori del delitto del Circeo, 30 anni dopo aver commesso il crimine, ha ripetuto lo stesso reato. Uscito in libertà vigilata, ad inizio anni 2000 uccise due donne, la moglie e la figlia di un suo compagno di carcere (membro della Sacra Corona Unita) che aveva affidato a Izzo la protezione della sua famiglia. Izzo non ha mai mostrato rimorso per ciò che ha fatto, manifestando una mancanza di empatia angosciante. 

Da alcuni anni, alcuni ricercatori stanno riscontrando elementi comuni nella conformazione cerebrale di serial killer o assassini violenti, come ad esempio un volume ridotto dell’amigdala, che è la parte del cervello deputata al processamento delle emozioni, allo sviluppo dell’empatia ed alla formazione dei sentimenti più arcaici dal punto di vista evolutivo.
C’è però un elemento da tenere in considerazione. Le neuroscienze stanno trovando sempre più riscontri che dimostrano un’influenza cervello-ambiente bidirezionale. Non solo la predisposizione genetica porta ad affrontare l'ambiente in modo diverso e se incontra un ambiente disfunzionale si esprime in forme più estreme.
L'ambiente influenza la neuroplasticità. Le esperienze traumatiche, soprattutto in età infantile, ma anche adolescenziale, sono in grado di modificare le connessioni e lo sviluppo delle aree cerebrali, in particolare della corteccia prefrontale, che è la parte del cervello che gestisce il controllo degli impulsi e le relazioni sociali. 

E’ possibile fare analisi delle dimensioni di certe aree del cervello, grazie alle risonanze e gli strumenti tomografici. Queste analisi, tuttavia, vengono effettuate su individui già adulti, il cui sviluppo cerebrale è completo. E’ dunque una fotografia che immortala l’esito di un percorso già avvenuto, che può darci informazioni sulle somiglianze fra individui criminali, ma non su quali siano le cause originarie che hanno portato alla conformazione cerebrale finale.
E’ frutto della genetica o piuttosto è dovuta alle esperienze ambientali che hanno plasmato lo sviluppo del cervello? Per capirlo servirebbero studi longitudinali che richiederebbero risorse immani e che sarebbero comunque sempre influenzati da una quantità di variabili ambientali difficili da tenere sotto controllo.
Insomma, la questione è ancora aperta e le neuroscienze (così come la stessa Psicologia) è una disciplina giovane che perfezionerà i suoi strumenti di indagine e le sue ipotesi interpretative con il tempo. Ad oggi resta lo shock - etico ed emozionale - di non riuscire a comprendere sino in fondo come la mente umana possa dissociarsi dalla realtà e dagli altri in modo così violento.

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