Questo il cuore mi fa scoppiare in petto

Questo il cuore mi fa scoppiare in petto

Alessandra è seduta nell’immenso hub adibito a centro di vaccinazione. Si trova lì per la terza dose, la prima risale ormai a diversi mesi addietro. E’ ferma in questa platea sterminata, mentre fra le fila si muovono i carrelli delle infermiere che preparano con cura le siringhe per i vaccini. Alessandra prova uno strano disagio che cresce gradualmente e non sa spiegare il perché. La volta precedente si era vaccinata senza provare emozioni negative. Conosce bene l’iter, sa cosa l’attende, ma stavolta c’è qualcosa di diverso.

Alessandra sente l’impulso di alzarsi e uscire da quella stanza, ma non può farlo. Pensa alle possibili conseguenze. Ha atteso più di un’ora per essere vaccinata, con il suo numero a tre cifre in mano, andare via significherebbe perdere il turno. E poi tutti la guarderebbero. Perché sta andando via? Si sente male? Sarebbe molto strano. In un luogo pieno di pazienti, il suo gesto apparirebbe eccessivamente impaziente. Più fa questi pensieri, più l’ansia sale, il senso di oppressione e carcerazione è intollerabile. 

Arriva il suo turno, l’infermiera le chiede su quale braccio preferisca le sia fatta l’iniezione. Alessandra risponde con voce flebile ma decisa, all’esterno sembra impassibile. L’infermiera non sa che proprio in quel momento nel corpo e nella mente di Alessandra si sta giocando una battaglia mortale. Il cuore batte all’impazzata, il respiro preme per esplodere, un’angoscia che qualcosa di terribile stia per accadere toglie ad Alessandra qualsiasi energia. 

La puntura è stata veloce. Alessandra si alza e si trasferisce nella saletta di attesa nella quale dovrà passare i 15 minuti successivi prima di poter uscire dal centro vaccinazioni. Il suo corpo è sfinito, la mente è esausta. La donna si sente come se avesse corso una maratona per sfuggire a una catastrofe. Riconosce immediatamente ciò che ha vissuto. Un attacco di panico, come non le succedeva dai tempi dell’università.

Gli attacchi di panico sono esperienze psico-fisiche talmente intense e improvvise che chi le sperimenta passa i periodi successivi a escogitare strategie per non riviverle mai più. Apparentemente gli attacchi di panico sono inspiegabili, la persona ha difficoltà a capire i motivi che li hanno generati. Ciò che avviene dopo, è un loop ossessivo che peggiora la situazione. Emerge quella che viene definita ansia anticipatoria. Il vissuto della persona è proiettato verso scenari futuri che potrebbero generare nuovi attacchi di panico e così l’ansia di rivivere l’ansia diventa un monolite emozionale che copre qualsiasi altro vissuto possibile. Ogni situazione sociale futura perde la sua valenza polisemica. La complessità delle emozioni che solitamente viviamo nei rapporti sociali si riduce ad un’unica, soverchiante qualità emozionale. Nel vissuto della persona non c’è più possibilità, ad esempio, di vivere l’interazione sociale successiva come divertente. L’incontro con l’altro e con il contesto è soggiogato al vissuto d’ansia e la risposta più frequente è quella di utilizzare strategie di evitamento. 
In psichiatria, l’attacco di panico è definito come una risposta eccessiva rispetto al pericolo reale che il contesto rappresenta. Questa definizione, alla lunga, ha prodotto una fantasia condivisa dal senso comune per la quale l’ansia sarebbe un’emozione patologica e che per tale motivo vada ad ogni costo eliminata. Fantasia che molte persone portano in terapia. 

Alessandra è ancora nella sala di attesa e prende il libro che ha nella borsa, vuole distrarsi un po’. Apre il libro là dove lo aveva lasciato la sera precedente. Una poesia di Saffo, l’ode alla gelosia.

«Pari agli dèi mi appare lui, quell'uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso

accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,

ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi rimbombano
forte le orecchie,

e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell'erba, e sento che non è lontana
per me la morte.

Ma tutto si sopporta, poiché ...»

Alessandra interrompe la lettura. C’è qualcosa di familiare in quelle parole. La donna avverte una strana sintonia con i versi che ha appena letto. Saffo sta forse parlando di quello che le è appena accaduto?

Nella sua bellissima poesia (Ode della gelosia - fr. 31 Voigt), Saffo descriverebbe la manifestazione nel corpo e nella mente della gelosia e del profondo turbamento provato di fronte a una scena di seduzione. Una ragazza del tiaso sta intrattenendo una conversazione con un uomo e Saffo non riesce a reggere la vista di quell’incontro. In realtà, per comprendere il vero senso della composizione, è necessario recuperare il contesto entro cui si colloca. La poesia di Saffo aveva una funzione “didattica”, era destinata alle allieve del tiaso, scuola frequentata dall’alta aristocrazia femminile, e intendeva rappresentare la reazione culturalmente appropriata che le future spose avrebbero dovuto mostrare al promesso coniuge, entro un rituale di corteggiamento codificato.

La considerazione interessante da porre è che l’aspetto storico e contestuale viene completamente eliminato, se analizzassimo il testo con le categorie interpretative psichiatriche odierne, secondo le quali Saffo starebbe descrivendo un attacco di panico.
Alcuni dei sintomi dell’attacco di panico, secondo il DSM-V, sono infatti questi:

  • Palpitazioni, percezione dell’aumento del battito cardiaco o battito cardiaco accelerato. E questo il cuore mi fa scoppiare in petto.

  • Sudorazione. E mi inonda un sudore freddo. 

  • Tremore o agitazione. Un tremito mi scuote tutta.

  • Sensazione di soffocamento o mancanza di respiro. Non mi esce un solo filo di voce, ma la lingua è spezzata. 

  • Sensazione di vertigini, mancanza di stabilità, stordimento o svenimento. Non vedo più con gli occhi, mi rimbombano forte le orecchie.

  • Brividi o sensazioni di calore. Sotto la pelle subito una fiamma.

  • Paura di morire. E sono anche più pallida dell'erba, e sento che non è lontana per me la morte.

Se oggi uno psichiatra si trovasse di fronte a questa descrizione, fatta da una sua paziente, valuterebbe l’opportunità di prescrivere un ansiolitico. Nel mondo di Saffo, quel turbinio di sensazioni era la rappresentazione della gelosia, un invasamento terribile e sublime da mettere in versi con funzione educativa ed esemplare.

La poesia di Saffo, per Alessandra, è un ponte emozionale. La riporta ai tempi della Facoltà di Lettere Classiche, in un viaggio senza spazio e senza tempo. Anche durante il periodo universitario viveva frequenti attacchi di panico. Questo collegamento, però, non è opera di Saffo. Qualcosa, nei minuti precedenti alla vaccinazione, le ha riattivato un ricordo antico.

Effettivamente il suo disagio non era nato nell’enorme sala di vaccinazione, ma poco prima, durante il breve colloquio anamnestico che serve a raccogliere i dati per verificare che il vaccino possa essere fatto senza conseguenze di carattere medico.

Alessandra si era seduta davanti al medico con un certo entusiasmo. Si sentiva serena, era contenta di vaccinarsi e rispettare tutte le procedure che già conosceva dal primo vaccino. Le aveva seguite pedissequamente per facilitare il lavoro degli operatori sanitari. Non voleva rallentare la fila e in fondo si sentiva una brava paziente. 

Durante la compilazione dei documenti, tuttavia, il medico l’aveva rimproverata duramente. Era stata troppo lenta nella compilazione dei documenti e poi i farmaci che aveva dichiarato di prendere per la sua allergia avrebbero potuto compromettere l’efficacia del vaccino. “Lei queste cose le deve sapere in anticipo, si deve informare, non possiamo perdere tempo così, non vede quante persone dobbiamo vaccinare?”.

Alessandra aveva provato un profondo senso di vergogna e rimorso. Anche se il medico le aveva alla fine concesso di vaccinarsi, non si era preparata adeguatamente.

La mente torna nuovamente all’università. Alessandra era una studentessa modello: voti alti, esami eccellenti e brillanti, era una “brava studentessa”. Gli attacchi, però, cominciarono dopo un esame in cui si sentì sotto torchio. I due assistenti le fecero domande che non erano nel programma di studio dell’esame, Alessandra protestò in modo assertivo, ma gli assistenti le risposero che erano nozioni che avrebbe dovuto sapere lo stesso. L’esame alla fine andò bene, ma Alessandra si sentì minacciata e nei giorni successivi era molto preoccupata. La sua fantasia di controllare gli esami grazie alla preparazione ed allo studio era stata messa in discussione da qualcosa di incontrollabile, la relazione con chi la esaminava.  

Alessandra cominciò a percepire il contesto universitario come nemico, organizzando la relazione su dinamiche di potere. Al potere giudicante e imprevedibile, rispondeva assumendo in modo sempre più rigido la posizione della “brava studentessa” che segue le regole, evitando così le possibili ritorsioni dell’altro. La fantasia di controllo su un’autorità percepita come minacciosa, infatti, può essere espressa mettendosi in posizione oblativa, quella di chi si sottomette e si dona senza riserve alla legge, assumendo il ruolo del cittadino modello. Ogni volta che, però, questa fantasia fallisce e l’altro non risponde come la persona si aspetterebbe, crolla la fantasia onnipotente di essere riconosciuti come “bravi e buoni” da un potere vissuto come soverchiante e pericoloso.

Durante l’incontro con il medico prima della vaccinazione, Alessandra ha rivissuto il fallimento del suo controllo onnipotente sull’altro. I rimproveri del medico sono stati elaborati come segnali di minaccia e disconferma di essere “una brava paziente”. L’attacco di panico, allora, più che una risposta eccessiva ad un contesto non pericoloso, segnala un evento critico, cioè il fallimento delle fantasie attraverso le quali Alessandra tentava di controllare la relazione con l’altro, percepito come giudicante e dunque nemico.

E’ possibile descrivere l’attacco di panico come un fatto, identificandone i sintomi psico-fisici su cui intervenire farmacologicamente per ridurli e sedarli, come nel caso delle classificazioni del DSM-V, che racchiudono la potenza evocativa di Saffo in un elenco arido di sintomi. Questa descrizione, tuttavia, non dà alcuna informazione sul contesto e sui vissuti che hanno portato a sperimentare il panico.

D’altra parte, l’ansia, da emozione “nemica”, può essere intesa come “indizio”, cioè come vissuto che, se pensato, può dare informazioni sui significati relazionali che la persona vive quando si rapporta - come nel nostro caso - a contesti percepiti come potenti e sopraffacenti. Più che rimuoverla, l’ansia può diventare “amica”, nel senso emozionale del termine, un elemento che ci permette di capire come stiamo rappresentando la relazione con l’altro e dunque come sviluppare relazioni con il contesto meno incentrate su dinamiche di potere, riconoscimento e controllo.

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