Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson

Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson

Sylvain Tesson ha quasi quarant’anni quando decide di lasciare Parigi e trasferirsi per sei mesi sulla sponda del lago Bajkal, all’estrema punta del capo dei Cedri del Nord, in Siberia, per vivere da eremita in una capanna prima destinata a geologi e sismografi. Il villaggio più vicino dista 50 km, la temperatura raggiunge i -30 gradi, gli orsi si aggirano intorno al lago quando arriva l’estate. Si porta libri, sigari e vodka. Si prepara a una lunga solitudine, interrotta raramente dalle visite di abitanti della zona, con cui instaura un rapporto essenziale, in cui si parla di provviste, di pesca, di animali, e con cui si beve. 

Scrittore e giornalista, Tesson viene da una vita da viaggiatore, ma a un certo punto sente che il viaggiare, inteso come occasione per intercettare nuovi stimoli e conoscere più profondamente la realtà, non gli corrisponde più. “Gli uomini che soffrono al pensiero del tempo che passa non sopportano di stare fermi.” E allora lui decide di fermarsi, e si ferma in un luogo remoto ed estremo, dove possa compiere l’esperienza che medita: trasformare la consueta orizzontalità del viaggio in uno movimento verticale.

“Giornata interminabile. A Parigi, non mi ero mai soffermato troppo sul mio stato interiore. Non credevo che lo scopo della vita fosse quello di registrare  il tracciato sismografico dell’anima. Qui, nel silenzio cieco, ho tutto il tempo di percepire le sfumature della mia tettonica personale. L’eremita deve rispondere a una domanda: è possibile sopportare se stessi?”

Nel procedere dei giorni, seguiamo Tesson nelle sue incombenze quotidiane, che assumono un aspetto quasi rituale: camminare, approvvigionarsi della legna, andare a pesca (quando il lago non è completamente gelato), scrivere. Attraverso le sue parole ci immergiamo in quella postura contemplativa che sarà il più essenziale vettore di cambiamento della sua esperienza di eremitaggio.

Pagina dopo pagina rallentiamo, vediamo ogni cosa più da vicino, ne percepiamo la grana sottile, l’anima. Non solo nella maestosità della natura che Tesson racconta e non solo nel confronto intimo con la sua propria umanità, ma soprattutto nella relazione che si accende tra la natura sconfinata e la coscienza dell’uomo, attraversiamo la solitudine, la paura, la grazia, la bellezza.

“Il viaggiatore frettoloso ha bisogno di cambiamento. Non gli basta lo spettacolo di una chiazza di sole su una proda sabbiosa. Il suo posto è su un treno o davanti alla televisione, non in una capanna. In fondo, l’unico pericolo che minaccia l’eremita - a parte la vodka, gli orsi e le tempeste - è la sindrome di Stendhal: sentirsi venir meno davanti alla bellezza.”

E’ un’esperienza che assomiglia ai percorsi mistici quella della sottrazione degli stimoli per fare spazio alla vicinanza con lo spirito: sul piano psicologico, questo movimento corrisponde ad una disponibilità ad accogliere un confronto profondo con il proprio Sé.

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