Possiamo davvero prevedere il futuro?

Possiamo davvero prevedere il futuro?

Nel 1969 lo scrittore di fantascienza Ray Bradbury nel racconto Il bambino del futuro immagina una società nella quale lo sviluppo tecnologico ha modificato le strutture ospedaliere e molte prassi mediche, fra cui quella del parto.

Il protagonista del racconto accompagna la moglie in ospedale con queste parole: “Tesoro, tra sei ore sarai di nuovo a casa. Queste nuove macchine per il parto fanno tutto loro, all’infuori di procreare il bambino”.

Mentre la moglie è in sala parto, tuttavia, il marito compie un gesto molto più familiare nella mente dei contemporanei di Bradbury: cammina nervosamente avanti e indietro per la sala d’aspetto, fumando una sigaretta dopo l’altra.

Come spesso accade, per uno scrittore di fantascienza è molto più semplice immaginare l’innovazione tecnologica che il cambiamento dei valori, della morale, delle norme igieniche e del sistema di regole di una società proiettata nel futuro. Così per Bradbury è stato più facile immaginare un parto completamente affidato a macchine sofisticate, che ipotizzare con 30 anni di anticipo che il fumo sarebbe stato vietato nei luoghi pubblici.

Nella nostra cultura la previsione ha una semantica duplice, che sembra in contraddizione. Da una parte la figura del preveggente, che ci riporta ad un passato magico popolato da visioni oniriche ed oracoli, figure sacerdotali che nelle interiora degli animali, nei segni del cielo e nelle più disparate manifestazioni divine leggevano il corso degli eventi.

Dall’altra la fiducia che riponiamo nella pianificazione, nella prevenzione e nel controllo scientifico, per scongiurare catastrofi planetarie o dolori quotidiani. Basti pensare ai modelli di crescita e decrescita della pandemia che quotidianamente leggiamo sui giornali o al consenso che ha oggi l’economia come scienza (inesatta) dell’anticipazione. Quale sarà l’andamento dei mercati? E’ possibile prevedere una crisi economica?

Eppure furono ben pochi gli economisti in grado di prevedere quel che accadde nel 2008.

La fragilità dei modelli previsionali risiede principalmente nella tendenza a ritenere il futuro una riedizione del passato in una nuova veste. Per secoli i filosofi (da Hegel a Marx, per intenderci) ritennero la Storia un enorme processo finalizzato, di cui era possibile prevedere gli esiti.

Un altro mostro sacro della fantascienza, Isaac Asimov, negli anni ’60 ipotizzò lo sviluppo di una nuova scienza, la psico-storiografia, attraverso la quale sarebbe stato possibile prevedere l’evoluzione della società umana a partire dall’analisi dei processi storici e psicologici degli eventi passati.

Gli stessi psicologi per decenni costruirono modelli per descrivere il processo decisionale umano, manifestando una fiducia assoluta nella razionalità e nella sequenzialità delle diverse fasi che portano l’individuo a compiere una scelta.

L’idea era che fosse possibile prevedere il comportamento umano, anticipandone le sue scelte in situazioni note, ma anche di fronte all’imprevisto. 

Nacquero così prima la teoria della razionalità assoluta ed in seguito la teoria della razionalità limitata, che cercava di correggere il tiro, sostenendo come fosse impossibile per l’uomo prevedere tutte le variabili e che le sue scelte dipendessero anche da altri fattori, quali le informazioni possedute, i limiti cognitivi della sua mente, la quantità di tempo di cui dispone per prendere una decisione. 

Siamo, tuttavia, ancora lontani da modelli che introducono l’emozione come fonte d’informazione

Pochi giorni fa ascoltavo un podcast nel quale a parlare era Immanuel Casto, il cantante e performer conosciutissimo negli ambienti queer (e non solo) e che ad inizio anno è diventato presidente del Mensa Italia, “l’associazione internazionale formata da soci con un QI elevato che ha tra i vari obiettivi la promozione e diffusione del pensiero critico”.

Casto, che pur ha sempre sostenuto l’importanza dell’intelligenza emotiva (sottinteso: l’emozione va bene soltanto se “intelligente”), si lascia sfuggire la sua passione per la definizione di intelligenza che ne diede David Wechsler negli anni ‘40, ovvero “la capacità globale dell’individuo di agire con intenzione per vincere le sfide dell’ambiente”. Casto può così dire che agire con intenzione significa agire razionalmente, non a caso, non “in preda all’emotività”. L’emozione è dunque ancora vista come un ostacolo, una forma di irrazionalità che va contenuta, addomesticata e non decifrata come importante indizio che ti dà informazioni sulla tua relazione con gli altri ed il contesto con cui interagisci. 

Ritengo che uno degli elementi più rilevanti del fallimento dei modelli previsionali che hanno a che fare con il comportamento umano (sia esso economico, sociale, psicologico, alimentare, etc.) sia questa propensione a ritenere l’emozione come uno spiacevole inconveniente e non un fattore determinante per capire di più dell’essere umano. 

Non è peregrino affermare che dietro al nostro bisogno di pianificare e prevedere ogni aspetto del mondo e della natura ci sia, oltre una sana propensione a costruire modelli per intervenire in caso di imprevisto, anche una fantasia di controllo, un meccanismo di difesa razionalizzante che serve a tenere a bada l’angoscia di poter fallire o subire una catastrofe da un momento all’altro. 

Come a dire, alla base di quella mentalità che vuole far fuori l’emozione, c’è l’emozione stessa. 

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