Bipolare

Bipolare

L’8 aprile del 1994 il cadavere di Kurt Cobain, il più conosciuto artista del panorama musicale grunge, viene ritrovato nella sua villa sul lago Washington da un elettricista. Accanto al corpo furono ritrovati il fucile con cui Cobain si era suicidato, oltre a diverse dosi di eroina. Dall’esame autoptico e tossicologico fu confermata la presenza massiccia di eroina nel suo corpo. Infine, una lettera d’addio:

A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l'apprezzo, Dio mi sia testimone che l'apprezzo, ma non è abbastanza).
Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo colpito e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Io sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere un po' stordito per ritrovare l'entusiasmo che avevo da bambino.

La storia di Cobain è probabilmente quella che maggiormente è stata associata nell’immaginario comune al bipolarismo.
Genio anticornformista, ha dedicato la sua carriera alla denuncia della condizione di sbandamento e sofferenza che caratterizzava le periferie urbane americane durante le amministrazioni di Reagan e Bush. Una denuncia sociale che s’intrecciava all’esperienza personale di oscillazione fra momenti di depressione e fasi di creatività euforica e maniacale.

Cobain è divenuto rapidamente il simbolo della scissione interna fra impulso vitale e angoscia depressiva, mimesi interiore delle contraddizioni socio-culturali del neoliberismo, improntato al godimento sfrenato della classe dirigente che oscurava sotto traccia la sofferenza di chi viveva ai margini, di chi si sentiva fuori luogo e fuori tempo.
Il bipolarismo emozionale, più che un disturbo, è stato con il tempo esaltato come croce e delizia dell’arte di Cobain, capro espiatorio che ha immolato la propria vita (letteralmente) per un bene superiore, mostrare le crepe del benessere fittizio del liberismo.

Il legame con il bipolarismo è stato sublimato in arte dallo stesso Cobain, che in uno dei suoi album più celebri, inserisce la canzone Lithium, dedicata al farmaco con il quale la psichiatria tratta il disturbo bipolare.

Il successo sociale del bipolarismo è divenuto nel corso degli anni così smaccato che lo psichiatra Joel Paris, nel suo libro Lo spettro bipolare: diagnosi o moda?, parla esplicitamente di “imperialismo bipolare” e di “era del litio”, per informare dei rischi che l’aumento esorbitante di diagnosi di bipolarismo nella nostra società hanno sul trattamento clinico dei pazienti. Per Paris tale aumento è dovuto a tanti fattori: il ruolo sempre più centrale dell’industria farmaceutica; la proposta di introdurre nel DSM il concetto di “spettro bipolare”, una classificazione che porta a inserire sotto l’etichetta di bipolarismo una ampia gamma di comportamenti e condizioni psichiche, spesso molto differenti fra loro; infine, la fascinazione che il bipolarismo ha a livello culturale, come vedremo più avanti.

Melanie Klein: posizione depressiva e difesa maniacale
Un tempo non si parlava di bipolarismo, ma di disturbo maniaco-depressivo. Oltre l’analisi psichiatrica, in psicoanalisi fu soprattutto Melanie Klein a proporre un modello che permettesse di interpretare le fasi alternate di mania e depressione in certi pazienti.

Nel modello kleiniano, il neonato alla nascita non differenzia tra Sé e l’altro, ma vive un’esperienza psichica indifferenziata, nella quale il seno materno è un prodotto del desiderio dell’infante e non un oggetto esterno a sé.
Il bambino vive di sensazioni di gratificazione e frustrazione: quando il seno lo nutre e gli offre godimento, il neonato sperimenta un Sé buono; in altre parole la sua parte vitale ha prodotto “magicamente” il seno che lo gratifica. Quando il neonato è preso dai morsi della fame, sperimenta un Sé cattivo; la sua parte aggressiva ha distrutto il seno e soltanto il Sé buono potrà ricrearlo. Questa condizione è definita dalla Klein posizione schizo-paranoide: c’è una scissione netta tra buono e cattivo, e la parte persecutoria e distruttiva deve essere tenuta alla larga dalla parte buona e creativa che permette la vita.

Nel corso dello sviluppo psico-fisico, il bambino comincia a percepire la differenza fra il sé e l’altro e si rende conto che il seno è un oggetto fuori da sé, appartiene alla madre, che è allo stesso tempo buona e cattiva, fonte di gratificazione e di frustrazione. Questa condizione è stata definitiva dalla Klein posizione depressiva: il bambino si rapporta con un oggetto intero (la madre che è sia buona che cattiva e il proprio Sé, anch’esso sia buono che cattivo), una fase essenziale dello sviluppo verso la psiche adulta.
L’angoscia persecutoria prodotta dal seno cattivo è mitigata, la scissione fra buono e cattivo sfuma. Il bambino, tuttavia, percepisce ancora il suo odio verso il seno cattivo frustrante e si sente in colpa per la paura di distruggerlo. In questo senso, vive un’angoscia depressiva che, se elaborata in modo efficace, porterà all’accettazione dei limiti nel confronto con il mondo esterno, che è insieme buono e cattivo, dunque integrato.

Alcuni bambini, tuttavia, non riescono a tollerare l’insostituibilità dell’oggetto intero materno, da cui dipendono totalmente per la sopravvivenza. L’angoscia depressiva diventa soverchiante e si attiva la difesa maniacale: negare la dipendenza dall’oggetto intero gratificante e allo stesso tempo frustrante, permette di evitare l’angoscia depressiva.
Chi ha bisogno dell’altro? L’oggetto intero materno diviene così sostituibile, chiunque può essere gratificante e dunque si può non dipendere da nessuno.

Il bipolarismo sarebbe dunque l’evoluzione in età adulta di questa mancata integrazione. L’angoscia depressiva riflette il senso di colpa e di perdita dell’oggetto gratificante, mentre lo stato maniacale diventa un modo per negare quella perdita e quella colpa e proteggere il Sé dal terrore della dipendenza da un altro insostituibile (la madre interiorizzata). 

Società borderline e società bipolare
In questa sede, non ci interessa andare ad approfondire i sintomi del bipolarismo o le caratteristiche individuali delle persone che hanno ricevuto una diagnosi di disturbo bipolare.

In un articolo precedente abbiamo parlato di cultura borderline, per descrivere come la scissione fra impulso vitale e impulso distruttivo, sia un tratto culturale della nostra società ancora prima che un disturbo individuale.

Allo stesso modo, possiamo parlare di cultura bipolare, intendendo con essa il risultato estremo della scissione borderline, rappresentativa di quella nicchia priva di regole che la nostra cultura accetta e include sotto la definizione di artista. Una nicchia in cui “tutto può essere”, “tutto è concesso”, purché ciò che è radicale serva alla produzione mitica di opere eterne, nelle quali i profani possano identificarsi, ma anche prendere le debite distanze. 

Il mito del “genio e sregolatezza” trova il suo contraltare medicalizzato proprio nel bipolarismo. La sregolatezza, allora, non parla solo di comportamenti estremi (rifiuto delle norme sociali, radicalismo ideologico, abuso di sostanze, ipersessualità, orari sfalsati), ma di una disregolazione emotiva funzionale alla produzione artistica senza eguali.

Il genio bipolare è ormai un mantra nell’agiografia degli artisti delle epoche più recenti: da Van Gogh a Hemingway, da Virginia Woolf a Cobain.
Una genialità che paga lo scotto attraverso la depressione, il suicidio, la distruzione tramite le droghe o l’alcol, ma che viene eternizzata nel mito. Comportamenti antisociali e autodistruttivi sono pienamente accettati purché forieri di opere sublimi e la sofferenza dell’artista viene in qualche modo integrata nel mito, come offerta sacrificale necessaria per il bene collettivo.

È il percorso dell’eroe che da sempre caratterizza i nostri miti e le nostre fiabe, il predestinato che sacrifica sé stesso per donare una ricompensa eterna ai suoi simili.
Nell'attuale fascinazione per il bipolarismo dell’artista, c’è una trascendenza, un talento in senso biblico: un dono divino da non sprecare, da consumare in fretta fino a quando è possibile. Lo scompenso emozionale è dunque la prova stessa del talento, fonte di creatività, ma anche di angoscia imprescindibile.

Lo stesso Cobain, nel brano della lettera d’addio sopra citato, ci offre le categorie interpretative di questo conflitto insanabile, che nel suicidio si ricompone.

Da una parte l’impiegato della musica, l’angoscia depressiva derivata dalla frustrazione della realtà ripetitiva, entro le regole, senza esaltazione.
Dall’altra il bambino cui tutto è permesso, libero e giocoso, creativo, esplorativo, maniacale e iperproduttivo, che coglie aspetti del reale e del fantastico che noi adulti non vediamo più.

Il dramma individuale si conclude nella morte, una morte che però trova il suo senso nel lascito dell’artista. Tutto quel dolore è servito a qualcosa, era necessario per il bene della collettività.

Nel mito del “genio e sregolatezza” mancano le relazioni. E così viene alla mente la fine di Amy Winehouse, altra artista musicale di successo, cui è stata attribuita l’etichetta di bipolarismo.
La cantante, dopo anni di successo improvviso e abuso di sostanze, scelse di disintossicarsi e di abbandonare quella carriera troppo intensa e sopraffacente, per vivere un’esistenza più coerente con i propri desideri. Suo padre - che era anche il suo manager - la convinse (per alcuni costrinse) a ritornare sul palco, perché la sua carriera era troppo redditizia, come sostengono molti fan. La Winehouse riprese, ma per poco tempo. Fu ritrovata morta nella sua casa a causa di un’intossicazione alcolica.
In quest’ottica, il bipolarismo ci appare molto più sfumato. Più che un tratto individuale, sembra il sintomo di un mondo complesso, fatto di vissuti conflittuali con la figura paterna, con la propria identità di artista, con le droghe e il successo. L’alone magico del mito si dirada e apre ad un mondo interiore e relazionale stratificato, che è faticoso indagare a posteriori. Un mondo che non avrà mai il fascino del genio bipolare che consuma sé stesso per lasciare ai posteri la bellezza dell’arte. 

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