Volgare è politico

Volgare è politico

Ripenso alle prime pagine di Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti : romanzo scritto nel 1976 da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera. Mi torna alla mente questo incipit esplosivo di parole riferite ai caratteri sessuali maschili e femminili - irripetibili per la polizia morale di Meta -  mentre mi interrogo sulla volgarità in psicoterapia. L’uso del turpiloquio, di un linguaggio esplicito che valenza ha? Perché qualcuno lo evita e qualcuno lo ostenta? Parliamone.

Le male parole e la volgarità

Durante gli anni dell’Università ebbi la fortuna di scegliere un corso di laurea nel quale la formazione raramente assumeva la forma della lezione frontale. Si lavorava in un assetto chiamato “lezioni emozionate”. Queste erano fondate su di un’ipotesi: la relazione formativa è una relazione clinica. Pensare le emozioni legate alla formazione e alla professione corrispondeva ad esperire ciò che noi stessi avremmo fatto con i nostri clienti e pazienti nel futuro. Partecipavamo molto, associavamo, discutevamo anche animatamente. Rimanevamo dopo le lezioni nel cortile dell’università per continuare a parlarne. Al termine di una lezione il docente chiosò il suo intervento con un sonoro “Ca**o!” volto ad enfatizzare quanto stesse dicendo. Molti stupiti, altri divertiti, qualcuno irritato, nessuno indifferente. Quella parola aveva fatto accadere qualcosa. Lui, soddisfatto, ci salutò dicendo “Guardate che “ca**o” è un’emozione”.

Mi torna in mente questo episodio quando lavoro e il lessico usato si fa volgare, esplicito, mimato, performato. Alcuni esempi: preferire scopare a sesso, ca**o a pene, f*ga a vagina e così via. Ecco, in questi momenti ricordo che le parole che usiamo sono emozioni, anche le male parole. Ne è chiara espressione il fatto che per parlare di questa questione io debba censurare alcune delle parole utilizzate al fine di consentire al contenuto di essere diffuso ( ...e poi quali? Come scegliere cosa è inopportuno? Secondo quali criteri?).

Le male parole esistono da sempre ed in tutte le culture, sono parte integrante dei dizionari di ogni lingua, differentemente dalle bestemmie che rappresentano, ancora oggi, una componente tabuizzata della lingua italiana. Le parolacce, il turpiloquio, per la complessa rete di aggiornamenti e censure cui sono sottoposte, parlano della cultura che le origina. Per quello che concerne il nostro lavoro, parlano della relazione in cui queste vengono utilizzate. Sull’uso del turpiloquio si è scritto molto. Dapprima, ritenuto sconveniente, è stato ignorato dal contesto delle scienze sociali e psicologiche. Oggi, diversamente, è oggetto di ricerche e dissertazioni. Un aspetto, più di altri, ha colpito la mia attenzione. Mi è tornato alla mente un esperimento di alcuni anni fa.

Tra funzione analgesica

Cito da un articolo dal titolo “Le imprecazioni ci servono” pubblicato su Il Post:

“Stephens, docente alla scuola di psicologia della Keele University – raccontò nel 2017 di aver approfondito le sue ricerche sul rapporto tra le imprecazioni e la sopportazione del dolore dopo aver sentito sua moglie «bestemmiare a profusione» durante il parto di una loro figlia. (…) Di lì, Stephens e altri ricercatori chiesero a un gruppo di volontari di immergere una mano in una vasca di acqua ghiacciata e resistere a quella sensazione il più a lungo possibile pronunciando ripetutamente una parolaccia («f**k», «c**o»). In un secondo esperimento chiesero alle stesse persone di fare la stessa cosa ma utilizzando parole neutre o parole senza significato ma dal suono simile a quello di una parolaccia. E misurarono la frequenza cardiaca dei partecipanti durante entrambi gli esperimenti. I risultati dello studio mostrarono che le persone in grado di resistere più a lungo con la mano nell’acqua ghiacciata bestemmiando valutavano poi l’esperienza come meno dolorosa e mostravano un aumento maggiore della frequenza cardiaca rispetto alle persone che avevano imprecato utilizzando altre parole.”

Si parla di una funzione analgesica del turpiloquio. Dire le parolacce fa sentire meno dolore. In una psicoterapia, questo, come si configura? Che valenza assume? Gli analgesici dell’evitamento del dolore in che rapporto sono con gli obiettivi di una terapia? Più di un interrogativo mi si è posto sull’argomento ed ho ripensato al lavoro  fatto con una coppia.

e sociale.

Lara e Mirko sono sposati da molti anni. Vengono da me per lavorare su alcuni equilibri di potere nel contesto di una delle loro grandi passioni: lo scambismo. Essere scambisti è un tratto identitario della loro relazione, lo scambismo è stato premessa e condizione del legame. Almeno fino a quel momento. La sessualità è stata la questione maggiormente dibattuta ma su questo non si differenziavano di molto da altre coppie incontrate. Ciò che faceva differenza era il modo in cui se ne parlasse. I racconti erano ricchi di dettagli, parole selezionate tra le più evocative ed immaginifiche. La concretezza dei loro incontri mi appariva vivida davanti agli occhi; gesti e movenze sembravano riprodurre accuratamente scenari, posizioni, suoni, odori e consistenze. Un giorno mi resi conto che quella performance, quella volgarità forzata ed esibita chiedeva di essere guardata, voyeuristicamente. Performare la sessualità era alternativo al pensare la sessualità. La volgarità per loro era analgesica, compiaceva e rendeva sostenibile il dolore del loro non sentirsi più così uniti e allineati. Il turpiloquio, in questo caso, svela la sua funzione difensiva. Non sentire il dolore in questo caso è contrario al desiderio di capire qualcosa del problema portato. La volgarità e il turpiloquio non corrispondono alla possibilità di accedere con spontaneità ad una presunta verità emozionale, come si crede nel senso comune (non bisogna necessariamente scaldarsi per essere emotivamente implicati). La volgarità sembra una proposta relazionale. Lara e Mirko mi hanno mostrato come lo scambismo si fosse impossessato di tutti gli spazi della loro vita, sabotandoli – questo il rischio corso nella psicoterapia.

Con le parole facciamo cose, continuamente. Ma è anche vero il contrario: le parole ci fanno delle cose mentre le usiamo. Le parole costruiscono la realtà esterna come quella interna.

Nel podcast AmareParole la sociolinguista Vera Gheno ricorda che se è vero che facciamo cose con le parole, è anche vero che c’è chi può fare più cose con le parole, persino forzare una situazione usando un lessico tabuizzato. L’impatto delle parole volgari dipende dal contesto ma soprattutto da quanto potere esercita chi le usa. Per questo “Ca**o!” - Meta scusa se insisto - è un’emozione perché, come le emozioni, ha senso in funzione del contesto.

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