Sogno alchemico

Sogno alchemico

E’ il 1527 e Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim è chiuso nel suo laboratorio all’Università di Basilea. La stanza è inondata di fumi e vapori, dagli alambicchi di vetro cadono, con lentezza disarmante, piccole gocce liquide che scandiscono il tempo, come i ticchettii di un orologio.
Von Hohenheim sta tentando di studiare le diverse combinazioni dei metalli, tramite processi di distillazione e concentrazione, che lo porteranno a teorizzare l’esistenza dell’Alkaest, letteralmente lo “spirito universale”, una sostanza in grado di debellare tutte le malattie che affliggono l’essere umano.

Quello scienziato dal nome sterminato e impronunciabile, diverrà notò come Paracelso, cioè colui che è più grande di Celso, famoso enciclopedista di epoca romana, divenuto famoso per un trattato di medicina studiato durante tutto il Medioevo e l’età Moderna.

Paracelso è convinto che, accanto ai quattro elementi fondamentali di cui è composta la materia (fuoco, terra, acqua, aria), esistano tre principi di cui l’organismo umano sarebbe composto: il sale, lo zinco ed il mercurio. Nello stato di salute, i tre principi di mescolano in una perfetta unità, mentre nella condizione di malattia tali sostanze si separano.
L’Alkaest, secondo Paracelso, è la massima espressione delle sostanze alcaline, in grado di neutralizzare gli acidi corporei. Nata come ricetta per la guarigione del fegato, gradualmente venne identificata, soprattutto dai seguaci di Paracelso, come l’elisir universale in grado di contrastare qualsiasi patologia.
Gradualmente l’Alkaest si inserisce in quella tradizione alchemica che cerca da sempre il principio unico alla base dell’elisir di lunga vita o della pietra filosofale, un principio in grado di curare tutti i mali del corpo, di donare l’immoralità e di riportare i metalli alla loro condizione di purezza originaria, quella dell’oro.

Queste credenze oggi ci sembrano fantasie d’onnipotenza che raccontano di un mondo lontano, nel quale la religione, la filosofia neoplatonica ed il culto della magia si intrecciavano in una conoscenza esoterica, non dimostrabile e in fin dei conti superstiziosa.
Nulla a che vedere con il rigore del metodo scientifico con cui oggi proviamo a trovare soluzioni alla malattia ed alle condizioni di malessere.

Siamo però sicuri che sia davvero così? Certamente oggi la scienza ha fatto enormi progressi ed i farmaci sono sottoposti a procedure di controllo molto affinate e affidabili. Tuttavia, una quota di pensiero magico ancora è ampiamente diffusa nell’opinione comune, ma anche nell’industria farmaceutica. La ricerca della pillola universale è tutt’altro che un retaggio di mondi mistici e arcaici. Questa tendenza è ancora più spiccata nell’ambito della salute mentale.  

E’ il 1974 e Mike (nome di fantasia) ha terminato il liceo e si è appena iscritto al college. Si sente perso, vive un periodo di confusione e comincia a sentire una strana ansia. Il servizio del college gli prescrive lo Xanax. Mike pensa: “sono diventato adulto adesso. Il servizio sanitario mi ha prescritto un farmaco e lo prenderò”.
Mike passa i successivi 30 anni ad utilizzare lo Xanax come ansiolitico, aumentando le dosi, sotto rigorose indicazioni mediche, sino a 3mg giornalieri. Un giorno dice al suo psichiatra che la sua vita va bene e lo psichiatra decide di ridurre le dosi a 2,5mg. Mike comincia a sentire strani sintomi: non riesce a dormire, la tachicardia aumenta, sente la pelle delle braccia che brucia, i muscoli hanno improvvisi spasmi e la mente è annebbiata. Comincia una trafila medica interminabile, fra reumatologi, cardiologi e medici di base, che lo sottopongono ad accurate verifiche, senza trovare nulla. Mike comincia a sospettare che il problema sia la riduzione dello Xanax, ma nessun medico conferma i suoi sospetti, fino a quando non si imbatte in alcune ricerche ormai dimenticate, che delineano gli effetti collaterali e i sintomi associati alla riduzione dello Xanax, dopo un uso prolungato.
Mike ha tutti i sintomi della crisi da astinenza, come avviene per alcolisti e tossicodipendenti. Una vita passata ad assumere lo Xanax ha ormai abituato il corpo ed anche una graduale riduzione porta a sintomi molto forti.

Questa storia è raccontata in un interessante documentario che potete trovare su Netflix, Take your pills: Xanax. L’aspetto interessante del documentario è che non intende assolutamente demonizzare l’uso di psicofarmaci, quanto diffonderne la conoscenza in modo più accurato di quanto non sia stato fatto sinora.
Le benzodiazepine, di cui fanno parte lo Xanax ma anche il Valium, sono una classe di farmaci che riduce i sintomi psicofisici dell’ansia in modo immediato, ma con tempi di riduzione degli effetti piuttosto brevi. Tale classe di farmaci venne introdotta quando, già a partire dagli anni ‘60, i medici si resero conto che i barbiturici (i farmaci utilizzati un tempo per i disturbi d’ansia e del sonno) avevano effetti collaterali devastanti che potevano condurre sino alla morte.

Per lungo tempo, le benzodiazepine sono state ritenute delle sostanze “sicure”, cioè con scarsi effetti collaterali, e sono state prescritte in modo indiscriminato. Se il loro uso limitato nel tempo è estremamente efficace (riduce i sintomi acuti dell’ansia, come nel caso degli attacchi di panico, e andrebbero utilizzare per periodi non superiori ai 2-3 mesi), il loro uso prolungato può avere effetti da cui è molto difficile uscire, se non dietro un attentissimo monitoraggio medico.

Torniamo quindi al sogno alchemico da cui siamo partiti. La fantasia che potesse esistere una pillola in grado di debellare l’ansia dal mondo e dalle vite iper-stressanti e iper-competitive dell’uomo contemporaneo si acuì prima nel 1997, quando la FDA (la Food and Drugs Administration) permise alle case farmaceutiche di pubblicizzare in televisione le benzodiazepine (cosa mai avvenuta in Italia), e poi dopo il 2001, quando l’11 settembre aumentò il panico collettivo ed i casi di disturbi d’ansia crebbero in modo smisurato.
Alcune case farmaceutiche proposero spot incentrati sul messaggio “Get your life back”, riprendi in mano la tua vita, eliminando l’ansia grazie allo Xanax.
Per oltre 20 anni il mito della pillola miracolosa si è diffuso a macchia d’olio, soprattutto negli Stati Uniti, sino a diventare uno status symbol.
Oggi, fortunatamente, la medicina, la psichiatria e la psicologia sono molto più consapevoli dell’uso che andrebbe fatto dei farmaci: un uso parsimonioso, specifico e volto ad attenuare i sintomi acuti per poi avviare tipi di intervento più efficaci sul lungo termine: la psicoterapia, le pratiche di respirazione e meditazione, il recupero delle connessioni con gli altri ed il sostegno sociale.

Come dice una delle psicoterapeute intervistate nel documentario:
Il problema è che se prendi uno Xanax ogni volta che ti senti ansioso non costruisci una resistenza mentale che ti permetta di tollerare altra ansia”.

L’uso delle benzodiazepine, in sostanza, non dovrebbe sostituire lo sviluppo della resilienza mentale, un termine certamente abusato, ma che rende l’idea di come l’ansia sia prima di tutto un’emozione con cui convivere in modo più funzionale, senza che diventi soverchiante, ma che non è possibile - né auspicabile - rimuovere con la fantasia onnipotente che esista la Pietra Filosofale delle emozioni spiacevoli. 

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