Sangue o amore?

Sangue o amore?

È il 2015, la giovane Cassidy Nurse frequenta il liceo e conosce una ragazza più grande di lei di tre anni, Miché Solomon. Le due studentesse creano da subito un legame molto stretto, qualcosa di magnetico le attrae l’una all’altra.

Cassidy e Miché, Miché e Cassidy, due nomi per una coppia che agli occhi di tutti appare indissolubile. La loro intesa è talmente forte che sembra plasmare i loro tratti esteriori. Cassidy e Miché si somigliano, non solo per il carattere estroverso, ma anche per la conformazione del viso. Si somigliano così tanto che in molti, fra il serio e il faceto, le dicono che sono sorelle.

A Cassidy e Miché questo gioco piace e se ne appropriano. Cominciano a presentarsi come sorelle, non di sangue, ma di vita, un’affinità elettiva che viene immortalata in un selfie che entrambe le ragazze mostrano ai propri genitori.

Se i genitori di Miché riconoscono la somiglianza e sorridono, la madre di Cassidy, Celeste Nurse, osserva la foto e resta sgomenta. La foto le cade dalle mani, un urlo squarcia il silenzio della casa. Celeste comincia a dire che Miché è sua figlia. Non ha alcun dubbio: è la figlia che le fu strappata dalle proprie braccia in ospedale appena dopo il parto. 

La storia di Celeste fa raggelare il sangue. Diversi anni prima, Celeste diede alla luce la sua prima figlia e mentre era ancora sotto l’effetto sedativo dei farmaci, osserva un’infermiera entrare nella stanza in cui era ricoverata. Celeste è stanca ed è contenta che qualcuno si occupi della sua primogenita appena nata, che teneva in quel momento stretta al seno. L’infermiera prende la bambina e Celeste cade in un sonno profondo. 

Al risveglio, Zephany (questo è il nome che Celeste aveva scelto per sua figlia) non c’è più. Nessuno sa dove sia finita e alla gioia della nascita si sostituisce presto il terrore per il rapimento. Zephany è stata portata via da un’estranea e nessuno ha visto nulla. 

Nonostante le indagini accurate della polizia, i continui appelli televisivi di Celeste, il caso resterà irrisolto per anni, fino a quel fatidico giorno in cui Celeste riconosce sua figlia nella foto portata da Cassidy. 

Le indagini dunque riprendono e dopo un test del DNA si scopre che Celeste aveva ragione. Miché, la migliore amica di Cassidy, era Zephany, la bambina rapita. Cassidy e Miché-Zephany erano davvero sorelle, la somiglianza non era soltanto percettiva. 

Miché, però, non riesce a capire cosa stia succedendo. I suoi genitori, quelli che ha sempre considerato la madre e il padre biologici, sono delle persone meravigliose. Lavona, sua madre, si è sempre occupata di lei con amore, con cura, non facendole mai mancare nulla. Anche suo padre è sempre stato un genitore impeccabile. Com’è possibile che quella coppia così amorevole possa essere colpevole di un reato così grave? 

Finalmente, dopo lunghi interrogatori, Lavona crolla. La donna, poco prima di commettere il terribile crimine, era incinta e vicinissima al momento del parto, ma un aborto spontaneo aveva compromesso tutti i suoi sogni di maternità. Lavona decide di tenere segreto l’aborto, anche al suo compagno. Poi pianifica il rapimento: si mette un cuscino sotto le vesti ed entra in ospedale, fingendosi una degente. Poi si cambia d’abito, indossa l’uniforme da infermiera e osserva le diverse stanze dell’ospedale. Non ha premeditato di rapire un bambino in particolare. Le basta un bambino qualsiasi. Capisce che la stanza di Celeste è la meno sorvegliata e la donna non è lucida. Entra, prende la bambina e fa perdere ogni sua traccia, anche perché l’ospedale all’epoca non aveva sistemi di sorveglianza adeguati. 

Il compagno di Lavona è all’oscuro di tutto. Quando vede Lavona tornare a casa dopo giorni di assenza in cui credeva fosse con i parenti, pensa semplicemente che Lavona abbia dato alla luce la loro figlia senza comunicarglielo. In fondo, l’ultima volta che l’aveva vista, Lavona era incinta. 

La storia sconvolge l’opinione pubblica, ma sconvolge prima di tutti Miché, che non si riconosce in Zephany. Nonostante comprenda l’azione terribile di Lavona, il dolore che deve aver passato Celeste in tutti questi anni, a Miché sembra solo un brutto sogno. 

Incontra Celeste, incontra suo padre biologico. Ci si aspetterebbe una scena travolgente da film: madre e figlia che si annusano, che riconoscono con istinto animale il proprio legame, che scoppiano a piangere e si abbracciano, spinte dalla biologia più forte del tempo e dello spazio, da un legame di sangue arcaico. 

Miché, tuttavia, non sente niente. Per Miché, Celeste - quella donna in lacrime che si presenta come una sopravvissuta che ha appena visto la fine di un tunnel di dolore e angoscia durato anni - non è sua madre. E’ un’estranea. Non prova trasporto, non sente nessun magnetismo genetico. Capisce, da subito, che non è una persona che vuole nella sua vita. 

Se Lavona finisce, come previsto, in carcere, Miché decide di continuare a vivere con suo padre, quello che l’ha cresciuta, anche se non biologicamente procreata. L’opinione pubblica non riesce ad accettare l’esito di questa storia. Ritiene che Miché sia solo traumatizzata, si stia difendendo dalla verità; pensa che prima o poi Miché si ricongiungerà alla madre biologica, quella donna che ha sofferto così tanto, che non ha mai smesso di cercarla. La storia, però, va in una direzione opposta: Miché non vorrà più vedere Celeste, perché appunto è semplicemente un’estranea rispetto alla quale non sente alcun vincolo di sangue. 

Questa storia è affascinante e forse frustrante, perché mette in discussione molti miti che la nostra cultura assegna ai rapporti familiari. Miti che negli ultimi decenni si sono arricchiti di dettagli genetici e biologici, i codici attraverso cui la nostra società racconta i legami familiari. 

La storia di Miché (continuo a chiamarla con il nome nel quale si riconosce tuttora) mette in crisi tutti i nostri pregiudizi su temi importanti, come il trauma, il rapporto con la biologia e il ruolo fondamentale della cultura. 

Prima di tutto, Miché non sente di aver vissuto alcun trauma. Comprende razionalmente la brutalità dell’atto di sua madre Lavona, ma la giustifica, perché è lei la donna che l’ha cresciuta con amore e cura incondizionati. Il trauma è stato semmai di Celeste, che tuttavia negli anni ha avuto la forza sia di capire Miché, sia di perdonare Lavona. 

In secondo luogo, c’è un’idealizzazione dei legami di sangue, che nel discorso comune, ma anche in certe ricerche scientifiche, esalta la pulsione biologica innata, come fosse un’energia animalesca impossibile da soggiogare. L’idea che la cultura e le esperienze di vita siano semplicemente delle sovrastrutture che mascherano il nostro istinto biologico è ancora molto diffusa

 Miché avrebbe dovuto riconoscere sua madre, riconoscerla con i sensi e le emozioni, prima ancora che con il pensiero. Eppure, tutto ciò non è avvenuto. Per comprendere la reazione di Miché, non serve scomodare il trauma o qualche disfunzione psichiatrica. E’ necessario adottare un paradigma psicologico, che con il biologico ha un rapporto più simbolico che deterministico. Soltanto esplorando la relazione individuo-contesto, dunque la storia vissuta da Miché con i suoi genitori non-biologici, è possibile comprendere come nel suo mondo interiore, inconscio e relazionale, Celeste è una donna senza storia (e dunque senza significati), mentre Lavona è parte integrante della sua storia personale. 

I vissuti delle persone non sono mai riducibili al biologico, tantomeno a quella che ci aspetteremmo dovrebbe essere una “reazione normale”. 

I vissuti sono sempre modi di rappresentare la realtà. Per Miché, la realtà è che Lavona è e sarà sempre sua madre e Celeste una donna che l’ha tenuta in grembo, ma con cui non ha mai avuto il tempo di creare un legame affettivo. E il fatto che Miché non voglia crearlo non è uno scandalo. E’ semplicemente una sua scelta, quella che ha sentito fosse la migliore per sé stessa, al netto di quanto tale scelta ci faccia storcere il naso.

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