Quanto costa

Quanto costa

Nelle ultime settimane, in occasione del mancato monologo di Antonio Scurati previsto sulla Rai, si è riacceso il dibattito circa il lavoro intellettuale. Cos’è, che valore ha per la società e, se opportuno, quale prezzo. Scrittori, giornalisti, professionisti, artisti, questi ed altri esercitano funzioni intellettuali. Dell’ignoramento del valore del lavoro intellettuale nel mondo di fuori – la società -, così come nel mondo di dentro – la soggettività -, ne sono pieni gli studi di psicoterapia.

E qui arriviamo a noi.

Quanto costa fare una psicoterapia? Quale servizio si acquista con la tariffa pattuita? Come valutare se è poco o troppo?

Questa è una questione. Non solo per i pazienti che si interrogano e fanno i propri calcoli prima di alzare il telefono per prendere un appuntamento; è una questione anche per i terapeuti che devono assumere una tariffa come sostenibile per sé e per l’altro.  Troppo o troppo poco, le valutazioni sul costo di un servizio raramente hanno a che vedere con il servizio in sé, ma con la desiderabilità di quel servizio, la sua rappresentazione sociale.

Beatrice ed io lavoriamo insieme da circa due anni. Lei, di anni ne ha trenta, appartiene ad una famiglia molto benestante e viene da me per capire qualcosa della sua difficoltà a dare una direzione professionale alla propria vita. Un pomeriggio, sulla porta, un attimo prima di salutarmi, dunque liquidando la questione con una merca comunicazione di servizio, mi dice che per un po’ di tempo dovrà rinunciare ad una seduta al mese per potersi pagare un personal trainer. Questione di soldi, mi dice.

Poi mi viene in mente Luca. Mi racconta di non essere partito con la classe per ragioni economiche. Ha tredici anni, sguardo curioso e pieno di domande. So che i soldi non c’entrano. In un colloquio con i genitori avevo avuto modo di cogliere come temessero per il figlio, frequentemente oggetto di bullismo, lontano da casa e dallo sguardo vigile dei propri genitori. I soldi avevano funzionato come exit strategy, più o meno consapevole, alla fatica di parlare della propria preoccupazione.

In questi due episodi, i soldi presi come fatti, annichiliscono qualunque discorso sul possibile. Ho avuto modo di esprimere questa riflessione in più occasioni in questo spazio: vale la pena fare lo sforzo di comprendere cosa rappresenta il denaro quando parliamo di denaro (o quando non ne parliamo). I soldi fanno parte della relazione con lo psicologo, qualunque funzione assuma. Troppi, troppo pochi, da cosa dipende? Come mai non ci sono i soldi per una gita scolastica ma ci sono i soldi per delle scarpe alla moda? Cosa significa rinunciare alla psicoterapia per la palestra?

Quando spazio, tempo e soldi sono utilizzati come motivazioni all’azione o alla non azione (alcuni esempi: accetto l’incarico perché mi pagano di più, vado da quel terapeuta perché costa meno, censuro Scurati perché costa troppo, vorrei fare una terapia on line perché sono lontano, ho scelto quel liceo perché è vicino), allora siamo di fronte ad una crisi della capacità di dare senso a quanto sta accadendo, e dare senso è un’attività squisitamente intellettuale. Questo è il paradosso: la crisi di quelle competenze al dare senso ai fenomeni (soggettivi e collettivi, individuali e comunitari) godrebbe dell’incontro con servizi culturali che investono sulla funzione intellettuale, ma questa crisi è prodotto e premessa di una svalutazione del pensiero – dunque della cultura - a vantaggio della concretezza e del potere. Beatrice crede che, se perdesse qualche kilo, vivrebbe meglio; i genitori di Luca pensano che acquistare delle scarpe alla moda possa rendere il figlio più rispettabile agli occhi dei pari.

C’è una nuova povertà che non è solo – anche, non solo – economica, ma culturale. Una povertà fatta del valore assunto dall’arricchirsi, dall’apparire, dal consumare. Alla psicoterapia arriva questa miseria che poco ha a che vedere con il denaro e molto con l’aggressione al pensiero. Può assumere la forma del bullo o del bullizzato, del panico o dell’inedia, dell’addiction o del ritiro, ma di questo si parla.

Più ci penso più mi convinco che un buon lavoro psicoterapeutico è un lavoro che promuove un’etica sociale e del bello, che assume una funzione politica e che si fa esercizio del pensiero democratico, che sappia aiutare a passare dal registro concreto delle cose che accadono al registro simbolico del senso che possono assumere. Credo questo abbia un valore, e anche un prezzo.

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