Pazzi criminali

Pazzi criminali

“Questi roghi sono prevalentemente dolosi, provocati da pazzi che vivono momenti di esaltazione patologica.” Questa è il virgolettato attribuito all’attuale Presidente della Regione Sicilia in riferimento ai recenti incendi sul territorio. Non è l’unico a pensarla così. Proprio in questi giorni, al bancone del bar di un paesino di mare in provincia di Palermo (la zona più colpita), ascoltavo due signore commentare il video di un uomo sorpreso da un drone appiccare un fuoco in una campagna: “Quelli sono pazzi che si devono curare!”

La Sicilia è la regione con il più alto numero di interventi dei vigili del fuoco su incendi boschivi e di vegetazione, il 17 per cento del totale nazionale. L’80 per cento degli ettari bruciati pare abbiano origine dolosa. Ad ascoltare istituzioni e cittadini, pare venga data la responsabilità a singoli, magari numerosi, soggetti piromani. Oggi sappiamo che le ragioni di questi incendi vanno rintracciati in quella che viene chiamata “industria del fuoco”: un complesso sistema di vantaggio e di indotto economico indiretto legato ai roghi (operai stagionali), ma anche estorsioni, contesa tra terreni da coltivare o da destinare a pascolo ed altre situazioni simili. La situazione è evidentemente più complessa ed il ricorso alla psicopatologia, come spesso avviene, sembra più una rinuncia alla comprensione che altro.

Inoltre, è bene ricordarlo, la psichiatria, la disciplina che si occupa più di altre di psicopatologia, con le sue classificazioni, non intende spiegare le cose ma descriverle. Dire “La persona x fa così perché è depresso o piromane, in questo caso,” non è metodologicamente corretto. In medicina le diagnosi sono eziopatogenetiche, cioè si occupano dell'analisi del processo d'insorgenza di una patologia e del suo sviluppo (patogenesi), con particolare attenzione alle cause (eziologia). La psichiatria, pur avendo tentato di fondare la propria prassi sullo stesso paradigma, si è trovata a fare i conti con fenomeni di altra natura – comportamenti, pensieri, emozioni – e coerentemente a ciò, anche la funzione della diagnosi è differente: descrittiva, per l’appunto.

Ma torniamo alla piromania: è una delle manifestazioni dei Disturbi del Controllo degli Impulsi che rintraccia nell’appiccare il fuoco la risoluzione di una tensione interna. Dobbiamo ipotizzare – con riferimento ai roghi siciliani - ad una sorprendente manifestazione sintomatologica di massa, in certe regioni di Italia, in certi momenti dell’anno. Bel rompicapo per la disciplina epidemiologica! 

Ricorrere alla psicopatologia per spiegare il comportamento criminale non è inusuale. Pensiamo alle numerose sparatorie nelle scuole per mano di adolescenti in America o dentro i centri commerciali, ma anche gli innumerevoli femminicidi dove la presunta psicopatologia dell’assassino sembra riuscire a rispondere a chi si interroga sulle cause del fenomeno. Questo modo di intendere la psicopatologia sembra sempre un furto ai danni delle complesse variabili culturali e contestuali che condizionano i fenomeni, anche criminali.

I rapporti tra psichiatria e diritto penale sono piuttosto recenti. Risalgono alla seconda metà dell'800, quando il modello psichiatrico, venne visto non solo come paradigma decisivo per spiegare in termini razionali delitti altrimenti assurdi ed inspiegabili, ma anche come un possibile modello su cui basare la nuova architettura del controllo sociale. Come sostiene Foucault nel testo “Gli Anormali”, la psichiatria ottocentesca (in parte anche quella novecentesca) "non funziona come specializzazione del sapere e della teoria medica ma come una branca specializzata dell'igiene pubblica [...] istituzionalizzata come misura di sicurezza sociale".

Oggi, come allora, la pericolosità diviene sintomo della follia e la follia motivo del crimine. Questi due dispositivi, quello morale e quello scientifico, si intrecciano confondendosi.

Il ricorso alla follia come ragione di azioni ben al di là dei limiti che ognuno di noi sente invalicabili, credo abbia una funzione rassicuratoria. Pensiamo ai comportamenti più efferati dei pluriomicidi. Persone che si sono distinte per azioni raccapriccianti. Li chiamiamo “mostri”, come a voler segnare una differenza qualitativa tra noi, al riparo nelle nostre vite ragionevoli, e loro che sono non umani, mostruosi appunto.

Sempre Foucault nel già citato “Gli Anormali” scrive che la nozione di mostro è una nozione giuridica nel senso più lato del termine, poiché ciò che definisce il mostro è non solo una violazione delle leggi dell'uomo ma anche una violazione delle leggi di natura: autori di atti tanto efferati da non poter essere umani.

Eppure, se vi capitasse di leggere le biografie di questi mostri, o di ascoltare le deposizioni circa i loro reati, trovereste qualcosa di molto più vicino e umano di quanto non si possa immaginare.

Sono uomini comuni.

“Uomini comuni” è anche il titolo di un bellissimo libro di Christopher Browning, uno dei maggiori esperti mondiali delle origini culturali e ideologiche dell'Olocausto. Nel Luglio del 1942, gli uomini del Battaglione 101 della Riserva di Polizia tedesca entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei. Ordinaria crudeltà nazista, si direbbe, ma gli uomini del Battaglione 101 erano operai, impiegati, commercianti, artigiani arruolati da poco. Uomini comuni, reclutati per estrema necessità, che non erano nazisti né fanatici antisemiti, e, ciò nonostante, sterminarono 1500 persone in un solo giorno. 

Forse anche loro “Pazzi che vivono momenti di esaltazione patologica?”

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