L’arte e l’HIV: rendere visibile l’invisibile

L’arte e l’HIV: rendere visibile l’invisibile

Siamo alla fine degli anni ‘70 e a Manhattan si respira un’aria nuova. Nelle strade illuminate dai neon dei locali notturni, un brulicare di voci e corpi anima il quartiere nel suo senso letterale: un’anima in travaglio, presa da una sorta di fervore prenatale. In quell’atmosfera gioiosa che annuncia una rivoluzione - e con essa anche i suoi esiti più tragici - ti saresti potuto ritrovare dentro il Mudd Club, il locale che per eccellenza rappresentò l’esperienza underground dell’arte newyorkese d’inizio anni ‘80. Lì dentro Basquiat flirtava con Madonna, Warhol scovava i suoi pupilli, Keith Haring muoveva i primi passi. Tutto sembrava possibile, anche stravolgere le regole, l’estetica e i costumi sessuali di un’intera nazione. 

Dieci anni più tardi, qualcosa è cambiato davvero, anche il sentimento generale di chi è stato all’avanguardia così a lungo da intravedere con anticipo la catastrofe.
Nel 1989, per celebrare i 20 anni dai moti di Stonewall, Keith Haring - nel frattempo divenuto l’icona più rappresentativa del mondo degli street artist - realizza l’affresco Once upon a time, all’interno del Centro comunitario LGBT di Manhattan. L’affresco, in bianco e nero, è una celebrazione massiva della sessualità maschile e omosessuale e ha l’intento di scuotere le coscienze di un’America ancora terrorizzata dai movimenti gay e dalla loro ribellione politica.

Haring incarnava a tutti i livelli ciò che è invisibile. Lo incarnava prima di tutto a livello identitario: era, infatti, un omosessuale (anche se preferiva definire promiscuità la sua omosessualità). Lo incarnava, poi, a livello artistico: la sua era l’arte che si esprimeva di nascosto, di notte, nei luoghi meno frequentati o nei non-luoghi (la metropolitana, le mura diroccate di edifici abbandonati). Lo incarnava, infine, nella sua essenza più tragica: era un malato di AIDS, quella malattia terribile che distrusse un’intera generazione e che scatenò l’indignazione della classe borghese americana, che rispose ferocemente stigmatizzando il malato - allo stesso tempo tossico e promiscuo, dunque colpevole della sua stessa malattia e del contagio.
Fu proprio la condizione di invisibilità e di rifiuto da parte della società di tutto ciò che era più rilevante nella sua vita (la sessualità, la professione, l’espressione creativa, la malattia), che portò Haring a cimentarsi in una battaglia eroica e costante: rendere visibile ciò che si vorrebbe tenere nascosto.

Il writer statunitense perseguì il suo intento nell’unico modo che poteva concepire, in modo totalizzante. Per parlare dell’omosessualità e dell’HIV, stravolse il concetto stesso di street art. Così fece assurgere il graffito a murales, trasformandolo da schizzo monocromo, marginale e individuale, a opera d’arte capillare, mastodontica e collettiva. Ne cambiò i connotati, il metodo e infine il senso: non più opera notturna e radiografica, ma un’esplosione di colori e forme che dovevano essere riconoscibili da subito, visibili al primo impatto e soprattutto realizzate alla luce del giorno, davanti al pubblico distratto, a quei passanti ormai disabituati a riconoscere gli spazi quotidiani e a dotarli di significati, emozioni e messaggi.

In questo senso, l’opera Once upon a time, aggiunge un elemento ulteriore. Venne, infatti, realizzata da Keith Haring nei bagni maschili del Centro, cioè nei luoghi che per eccellenza accolgono tutto ciò che è invisibile: le evacuazioni corporali, ma anche la sessualità promiscua e fugace, consumata di soppiatto nelle notti newyorkesi e delle altri grandi capitali occidentali.  

Per Haring, l’HIV doveva essere raccontato allo stesso modo. La sua opera più famosa sul tema ha un titolo che parla da solo, che è il vero nucleo dell’opera: Silence = Death.

Oggi l’HIV è una malattia che è sottoposta a un tipo differente di invisibilità. Lo stigma permane, ma se ne parla sempre meno. Le persone che contraggono la malattia hanno maggiori possibilità di sopravvivere rispetto ai ragazzi e alle ragazze degli anni ‘80 e ‘90, a costruire relazioni di coppia durature, a svolgere il proprio lavoro.

Nonostante ciò, la condizione di cronicità è devastante e il rischio di essere relegati all’invisibilità è ancora altissima, proprio perché l’attenzione sociale al tema è sempre meno spiccata. 

Per questo motivo, l’Osservatorio di Psicologia in Cronicità dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, ha deciso di organizzare il progetto Lo “stato dell’Arte” dell’HIV: Quando la psicologia in rete promuove la Salute, un evento che si terrà il 5 Ottobre 2023 e che prevedrà la partecipazione degli studenti e delle studentesse delle scuole secondarie del Lazio, gli studenti universitari e un collettivo di circa 20 fra artisti e street artist, che metteranno in mostra opere sul tema “Emozioni, HIV e stigma”.

Fra gli artisti, saranno presenti alcuni fra i nomi più importanti della scena artistica romana e nazionale, come gli street artist Marco Rea e Diavù (curatore su Sky ARTE della prima serie italiana di documentari sulla Street Art, “MURO”) o la disegnatrice Evasa.

Inoltre, verranno realizzati workshop in cui psicologia e mondo dell’arte si incontreranno, dando vita a opere che rispecchino il pensiero e il linguaggio della popolazione giovanile sui temi della prevenzione e dello stigma.
Un evento che ha l’intento di recuperare il percorso inaugurato da Keith Haring, tornando a parlare apertamente di HIV attraverso i codici artistici e dunque riportando l’invisibile al centro del nostro sguardo.

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