Le inseparabili, di Simone de Beauvoir

Le inseparabili, di Simone de Beauvoir

«Ci sarebbe mai stata una Simone senza una Zaza?». Questa la domanda che troviamo nella recensione con cui El País accompagna l’uscita dell’inedito Le inseparabili, scritto da Simone de Beauvoir nel 1954 ma pubblicato solo nel 2020. 

Il romanzo narra la storia della relazione tra Sylvie (Simone de Beauvoir) e Andrée (Zaza Lacoin). Le due si incontrano per la prima volta alla scuola cattolica frequentata da entrambe, all’età di 9 anni. Sylvie rimane affascinata da questa bambina estroversa, a tratti impertinente, che sembra contravvenire alla rigida grammatica comportamentale della Parigi alto-borghese degli anni 20, intrisa da ingiunzioni morali imperative e da fortissime influenze religiose. Nonostante l’adesione a canoni di comportamento esteriore molto formali (per tutto il romanzo le due amiche si daranno del lei) Sylvie sviluppa progressivamente un sentimento di totale devozione nei confronti di Andrée. Ne ammira la vitalità, lo spirito indomito, sente di non poter vivere senza di lei. 

Il vertice psicologico da cui possiamo leggere il romanzo, è la costruzione della coscienza individuale di Sylvie attraverso la relazione con Andrée. Le dinamiche profonde dell’identificazione con l’altro ideale, proprie delle relazioni d’amore che anelano alla simbiosi, si alternano ai movimenti di differenziazione, in cui l’altro è specchio che marca la separazione, la definizione del confine, l’alterità affettiva profonda. Pregio del sentimento amoroso-amicale di Sylvie nei confronti di Andrée è non voler mai ridurre l’altra al proprio desiderio, ma anzi di celebrarne costantemente l’individualità. 

Nel corso della storia, il rapporto elettivo tra le due si trasforma in sintonia con le loro esperienze. Andrée, a differenza di Sylvie, non riesce a affrancarsi dall’influenza del suo ambiente originario e dall’asfissiante relazione con la madre. Rimane invischiata in quello che psicologicamente possiamo definire un conflitto tra sé autentico e falso sé. Sylvie, invece, riesce progressivamente a emanciparsi dalle influenze dell’ambiente familiare e sociale e sviluppare quella coscienza individuale che poi sarà, per Simone de Beauvoir, il nucleo pulsante delle teorizzazioni sulla libertà individuale e sul destino della sessualità femminile che la renderanno una delle autrici più influenti del ‘900. 

Zaza morì ufficialmente per un’encefalite fulminante a soli 21 anni. Simone, però, avverte che ciò che davvero ha ucciso Zaza è stata la costrizione ad omologarsi alle aspettative del suo ambiente familiare. Al funerale dell’amica, Sylvie contempla il tumulo ricoperto di fiori bianchi. «Oscuramente capii che Andrée era morta soffocata da quel biancore. Prima di prendere il treno depositai sopra quei mazzi immacolati tre rose rosse». Seminare rose rosse in difesa dell’autenticità è quello che Simone de Beauvoir ha fatto per il resto della sua vita.

PrecedenteIl racconto dell’ancella, di Margaret Atwood
SuccessivoLo Sciamano di QAnon e l’oscuramento dell’Io