Inside house

Inside house

A dicembre 2019 ho deciso che avrei lasciato la casa nella quale vivevo con i miei coinquilini. Sentivo l’esigenza di abitare un nuovo spazio, che mi desse maggiore autonomia, ma nel quale potessi anche sperimentare la solitudine senza averne paura. Così mi sono messo a cercare un monolocale. Mi sono dato dei criteri per la ricerca: affitto che rientrasse nelle mie possibilità finanziarie, quartiere ben collegato che mi garantisse di poter raggiungere facilmente i miei amici, la mia famiglia ed il mio lavoro. Solitudine e relazioni s’intrecciavano nel modo in cui investivo emozionalmente la casa che stavo cercando. 

Dopo un paio di mesi l’ho trovata ed ho cominciato ad arredarla, divertendomi a immaginare la disposizione dei mobili e degli oggetti che mi ero portato con me.

Quando sono arrivati la quarantena e l’invito “restiamo a casa”, la cosa non mi ha sconvolto più di tanto. Si trattava di aspettare e di continuare ad occuparmi dei rapporti da un luogo che avevo scelto.  Certo, la cena d’inaugurazione con gli amici più stretti era rimandata a data da destinarsi, ma intanto la casa mi è sembrata da subito uno spazio entro cui esplorare nuovi modi di stare in rapporto: smart working, “aperiskype”, House party sono presto diventate parole familiari.

Mio fratello, invece, di case ne cambia in continuazione. Per lui la casa è un punto di appoggio, un dormitorio, ci passa meno tempo possibile. Non ama molto i social ed i rapporti, quelli veri, per lui si sviluppano fuori casa.

Quando è arrivata la quarantena, l’invito “restiamo a casa” è diventato “restate a casa”, un obbligo imposto dall’alto. La casa si è trasformata gradualmente in una prigione entro cui un potere assoluto e dispotico, per quanto in buona fede, lo stava recludendo.
La casa è un simbolo polisemico, non per tutti rappresenta la stessa cosa. Nella nostra cultura familista, tuttavia, è il luogo d’elezione del privato, dell’intimità e della protezione. Un “dentro” che ti salvaguarda dai pericoli del “fuori”, della strada. E’ in quest’ottica che la violenza domestica ci sembra così terrorizzante. Lo stesso luogo in cui dovresti sentirti al sicuro ed al riparo dal pericolo diventa la sede della violenza. Questa lettura indica i modi in cui investiamo i contesti di significati socialmente condivisi, dimenticandoci che nessun contesto può esistere al di fuori delle relazioni che costruiamo. La qualità del rapporto con la nostra casa, allora, ci parla della qualità delle relazioni che abbiamo e di come le rappresentiamo.

Se nei casi più estremi di violenza domestica la situazione attuale nella quale tutti ci troviamo coinvolti può essere devastante e la diffusione di contatti con centri antiviolenza o numeri di supporto psicologico diventano quanto mai essenziali, in altri casi l’isolamento e la reclusione possono essere interpretati come vissuti emozionali che possono essere trasformati a partire dal modo in cui percepiamo le nostre relazioni più prossime.

Una mia amica che abita con i genitori e che passa gran parte del suo tempo fuori casa, in un post su Facebook ha descritto così la sua personale quarantena: “Ho conosciuto delle persone che dicono di abitare con me da sempre... In particolare due si fanno chiamare mamma e papà”.

Wittgenstein diceva che “l’umorismo non è una disposizione dell’animo, bensì una visione del mondo”. Può sembrare irrispettoso parlare di umorismo in un contesto come il nostro, colpito da una tragedia così capillare. Occorre però ricordare che il filosofo tedesco utilizzò questa espressione per descrivere la Germania nazista e per avvertire dei pericoli di un sistema che bandisce dal proprio modo di osservare il mondo lo sguardo ironico. D’altronde lo stesso Freud riteneva l’umorismo il meccanismo di difesa più evoluto.

La capacità della mia amica di guardare alla propria casa, alla “reclusione forzata” come occasione per riconoscere ironicamente i rapporti che di solito diamo per scontati – siano essi con coloro che abitano dentro casa o con coloro che contattiamo con i mezzi digitali che abbiamo a disposizione, poco importa – racconta proprio della possibilità di uscire dall’angoscia e trasformare i nostri vissuti.

“Restiamo a casa” allora può essere inteso non più come monito di segregazione, ma come invito a guardare alla nostra casa come un luogo da cui prenderci cura e far ripartire i nostri rapporti.

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