Fobie come soluzioni

Fobie come soluzioni

Vengo contattata dai genitori del piccolo Martino, un bambino di cinque anni che da circa una settimana si rifiuta di frequentare la scuola e le attività quotidiane per la paura di vomitare.

Il malessere di Martino è cominciato una sera durante la cena con i genitori. Inavvertitamente il bambino si è strozzato con il succo di un pomodoro e questo ha stimolato il vomito, naturale meccanismo di difesa del corpo di fronte all’eventuale minaccia di soffocamento. I genitori rimasero calmi perché compresero fin da subito che si trattasse di qualcosa di poco grave e di passeggero. Martino però si spaventò molto, iniziò a tremare e a piangere: “Non voglio vomitare!”, urlava. I genitori tentarono di rassicurarlo ma dopo alcuni minuti Martino rivomitò. A quel punto i genitori ipotizzarono che il malessere fosse legato ad una delle tante influenze che circolano nella comunità dei bambini e decisero di non mandare a scuola il figlio per il giorno successivo, presero delle ore di permesso da lavoro e rimasero con lui. Molto rapidamente si resero conto che quell’episodio non era legato ad un virus ma alla paura. Il bambino stette bene fisicamente ma ogni giorno rifiutava di andare a scuola, in piscina e alle usuali attività settimanali: “Ho paura di vomitare”, diceva piangendo.  All’ora di cena, per alcuni giorni, quella paura si ripresentava in forma più evidente e raggiungeva il suo culmine prima di andare a dormire. Durante il giorno, invece, aveva un comportamento nervoso e irritato, diverso dal solito, “Dice di no a tutto”, spiegava il padre. Prima di contattarmi, i genitori si rivolsero al pediatra che invitava loro a convincere il bambino dell’irrazionalità della paura, distrarlo con attività interessanti e, se necessario, imporsi con autorevolezza. Ha inoltre prescritto delle goccine calmanti naturali da somministrare verso sera. Insoddisfatti, trovarono nella vasta comunità del web il riferimento all’emetofobia e lì ipotizzarono di fare ricorso ad una disciplina differente.

Desideravano che io incontrassi il figlio ma, come spesso accade, quando i bambini si esprimono attraverso comportamenti sintomatologici, può essere sufficiente lavorare con i genitori

Non incontrare i bambini nel lavoro per i bambini è una metodologia che affonda le radici in un’ipotesi: il comportamento del bambino – così come quello di ognuno di noi – ha un senso dentro le relazioni in cui si manifesta. Per i bambini, le relazioni più significative e dentro le quali sperimentano una (prima reale e poi simbolica) dipendenza sono quelle primarie. Se cambia qualcosa in queste relazioni è possibile che anche quei comportamenti definiti sintomatologici possano acquisire un senso e cambiare in forma e frequenza. L’obiettivo quindi è, almeno in questa impostazione, comprendere e non correggere o eliminare il sintomo.

Quando incontro i genitori, li colloco in quella macrocategoria, costruita in anni di lavoro e di personale esperienza da madre, che chiamo i bravi genitori: uomini e donne molto impegnati quotidianamente a fare una genitorialità responsabile e accudente, informatissimi, in ascolto, desiderosi di esserci per i figli e tendenzialmente esauriti.

Proprio perché bravi genitori, la sofferenza del figlio o figlia appare come fenomenologia inattesa e spiazzante: “ma come, siamo così bravi!”.

Mi racconto della nascita di questa fobia, nominandola come tale.

Erano informatissimi e venivano con l’intenzione di capire ma non sapevano dove guardare.

Il termine fobia deriva dal greco phóbos – paura – e indica timore irrazionale e incontrollabile di un oggetto o di una situazione sentita come minacciosa, in assenza di un reale pericolo.

Chi frequenta questa rubrica sa che “timore irrazionale” e “reale pericolo” sono formule che hanno senso da dentro una logica razionale, aristotelica. La logica dell’oggettività e del principio di identità e non contraddizione; le emozioni non seguono questa logica, sono tutte irrazionali così come è ingenuo ipotizzare che ciò che proviamo sia espressione lineare e diretta di uno stimolo collocato nella realtà.

Dal punto di vista etimologico la paura riferita a un particolare oggetto definisce il sintomo specifico: l’agorafobia significa paura degli spazi aperti, la claustrofobia paura dei luoghi chiusi, l’eritrofobia paura di arrossire, la rupofobia paura dello sporco (per citarne solo alcune tra le più note). L’emetofobia, paura del vomito, dovrebbe essere quella sperimentata dal piccolo Martino.

Più che di paura irrazionale, propongo di parlare di pensiero fobico, una forma di pensiero che non segue la logica della razionalità ma che ha una sua logica. Un elemento però andava dichiarato come premessa: la fobia non è il problema ma la soluzione di compromesso del problema. La contestualizzazione ci avrebbe aiutato a costruire ipotesi su quale problema Martino stesse trattando attraverso l’emetofobia.

I genitori mi raccontano del figlio, un bimbo simpatico, che non fa grandi capricci, molto generoso e pieno di amici, apprezzato da grandi e piccini. Nel racconto circa gli effetti del sintomo nell’organizzazione della vita familiare, i due genitori mi raccontano, senza dar troppa attenzione, che il bambino, fuori di casa sempre coraggioso e in esplorazione, durante la notte non avesse mai accettato di dormire da solo. Chiedo di capire meglio e mi raccontano questa storia: Martino è stato un bimbo allattato a richiesta fino ad un anno e mezzo. Questo ha portato la madre a farlo dormire al suo fianco. Terminare l’allattamento non fu cosa semplice. La fine dell’allattamento è una delle prime esperienze rilevanti di separazione nel rapporto tra madre e figlio e di riorganizzazione degli equilibri nel nucleo familiare. Solo dopo la fine dell’allattamento, aiutarono il figlio ad addormentarsi nella propria stanza ma sempre in presenza della madre ed occasionalmente del padre. L’addormentamento, quello spazio soglia tra il giorno e la notte e metafora suprema per tutti – grandi e piccini – della separazione e del lasciare andare, si costituiva come luogo in cui chiedere e ricevere supporto. Quando nella notte Martino si svegliava, correva dalla madre per portarla nella stanza con lui. Questa routine familiare si era da poco interrotta. Martino aveva detto che si sentiva pronto a dormire da solo e, nella fase dell’addormentamento, supportato da un peluche luminoso, salutava la madre ed il padre e si addormentava. Il sollievo dei genitori è durato poco. La paura del vomito è arrivata in soccorso come legittimazione del bisogno di presenza dei genitori nella stanzetta del bambino.

Gli anni di Martino sono gli anni dell’ambivalenza tra il desiderio di diventare grandi, l’orgoglio delle piccole autonomie, e la paura di perdere quel diritto alla dipendenza che generalmente viene riconosciuto al nuovo nato.

Insieme abbiamo ipotizzato che Martino stesse vivendo una “crisi di riavvicinamento”. Con questa formula si fa riferimento ad un possibile movimento, apparentemente regressivo e di perdita delle autonomie, legato proprio alla consapevolezza del procedere nello sviluppo e dell’essere non più piccolo come prima.  Martino ha fatto un test: ”Posso fare affidamento su di voi anche se sto diventando grande?”. In un momento di angoscia e confusione circa le proprie emozioni, il bambino ha potuto padroneggiare quanto stesse vivendo, ancorando all’espediente fobico il desiderio ambivalente di riavvicinarsi ai genitori. D’altra parte, abbiamo potuto mettere a fuoco l’illusione dell’essere bravi genitori e la subdola e nascosta pretesa che il figlio fosse un bravo figlio.

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