Ricordi alimentari

Ricordi alimentari

Nel 2000, Muriel Barbery - scrittrice francese nata in Marocco, che pochi anni più tardi sarebbe divenuta celebre per il romanzo L’eleganza del riccio - pubblica la sua opera prima, Une gourmandise, tradotta in italiano con il titolo Estasi culinarie.
Lo stile della Barbery è ricercato, ma ancora acerbo. In diversi capitoli si percepisce una ricercatezza sfrontata, un periodare che si compiace e che a volte si rincorre, intento ad inseguire la perfezione concettuale con lunghe digressioni. A volte il tentativo di cesellare minuziosamente per far emergere l’immagine che la Barbery ha in mente è sin troppo manierista ed in qualche misura estenuante. Tuttavia, l’operazione non è fine a sé stessa. Quello che la Barbery fa con le parole riproduce la fatica del protagonista nel recuperare un ricordo perduto, l’essenza di un sapore dimenticato che diventa la sua ultima ragione di vita. Il romanzo è incentrato sul personaggio di Monsieur Arthens, famosissimo critico gastronomico, che è in punto di morte. Al termine di una carriera sfavillante, Arthens non si dà pace: deve ritrovare il sapore originario, la quintessenza del gusto, qualcosa che è nascosto fra i suoi innumerevoli ricordi di esteta della gastronomia, che lo riportano indietro nel tempo, tra ristoranti di lusso, piccole bettole maghrebine e pietanze rudi e primitive, realizzate con maestria dalla sapienza contadina della nonna. A fianco, un dedalo di rapporti umani che non hanno mai funzionato: una moglie innamorata, ma mai considerata da quest’uomo potente e freddo; i figli che lo odiano e che ancora, sul letto di morte, non riescono a perdonare la sua autorità soggiogante.

L’associazione fra il potere della memoria e l’alimentazione non è nuova in letteratura. L’esempio storico più conosciuto è quello delle madeleine di Proust, divenuto simbolo delle incredibili potenzialità che il gusto ha nel rievocare vicende annidate nei nostri ricordi. Il rapporto fra il cibo ed il ricordo è intrinsecamente psicologico non solo perché attiva connessioni mentali con il nostro passato, ma soprattutto perché il gusto riconnette con esperienze di cui a colpirci è soprattutto il contesto in cui esse si sono svolte, cioè l’insieme di relazioni che hanno dato vita all’esperienza stessa.
Come afferma in uno studio lo psicologo e neuroscienziato americano Hadley Bergstrom:

"I ricordi del gusto tendono ad essere i ricordi associativi più forti che si possano provare (...) L'idea della nostalgia è che il sugo [per esempio] è associato non solo ad una deliziosa pasta, ma anche alla nonna e alla sua casa: è il cibo a costituire un grande rinforzo associativo. Tutti questi stimoli si associano così nel contesto di quella particolare esperienza sensoriale".

Diversi anni fa parlai con una ragazza che soffriva di anoressia nervosa. Nel cercare di dare senso al suo rapporto conflittuale con il cibo, si trovò con stupore ad osservare che l’assunzione di alcune pietanze le provocavano un minor senso di colpa, proprio perché associate a ricordi piacevoli del passato. In particolare il panino con il salame che consumava quando viveva e frequentava l’università assieme a suo fratello, con il quale aveva un legame molto stretto. Quel momento di comunanza rendeva un cibo piuttosto calorico, come il pane-e-salame, meno spaventoso di un’insalata, perché in grado di attivare un contesto di significati emozionali che avevano a che fare con la relazione con il fratello ed il senso di benessere che il ricordo di quella relazione le dava.

Mi stupisce molto che nella letteratura scientifica sui disturbi alimentari sia stato dato poco spazio al potere del gusto di attivare associazioni simboliche in grado di ampliare la capacità di pensiero sul valore del cibo.
Il cibo, quando è considerato nella sua accezione simbolica, viene rappresentato come lo strumento di controllo del corpo e dunque delle emozioni angoscianti ad esso associate. La persona anoressica sottopone il proprio corpo ad un controllo estenuante che concretizza la volontà di recuperare un controllo più ampio sulla propria esistenza, percepita più o meno consciamente come dolorosa, angosciante e intollerabile.

Questo aspetto simbolico è certamente essenziale nel lavoro con le persone che hanno disturbi alimentari, ma mi sembra che sia dia ancora poca attenzione a ciò che il cibo rappresenti dal punto di vista della memoria relazionale. La privazione del piacere del cibo non parla soltanto del potere individuale sul proprio corpo, ma racconta anche il tentativo di irreggimentare l’insieme di vissuti che sono attribuiti alle relazioni sociali che sono fonte di angoscia.
D’altra parte, il recupero di ricordi piacevoli legati al cibo permette di ampliare l’esperienza simbolica con l’alimentazione, proprio perché recupera contesti e associazioni che nel corso del tempo sono state nascoste e dimenticate.

In un’epoca in cui l’attenzione nevrotica al conteggio calorico, alle categorie nutrizionali, alle disposizioni mediche sull’alimentazione sana sono al centro del dibattito, la competenza a pensare il cibo nel suo rapporto con le relazioni sociali, familiari, amicali e sentimentali potrebbe rappresentare uno strumento efficace per intervenire con i disturbi alimentari. 

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