Ma se non avessi voglia di imparare cose nuove?

Ma se non avessi voglia di imparare cose nuove?

In questi giorni di vita virtuale, che scorrono tra la ricerca compulsiva di informazioni e tentativi di scaricare almeno un po' l’angoscia, le bacheche social sono pervase da inviti a dedicarsi ad attività che normalmente, per mancanza di tempo, non abbiamo la possibilità di fare. 

Per esempio, potremmo guardare la filmografia completa di Bunuel, dedicarci allo studio di una lingua straniera, mantenerci in forma con un corso di pilates on line. Sono tutte proposte ottime, che presuppongono ed evocano un atteggiamento reattivo positivo: non mi faccio sopraffare dalla paura e metto in campo strategie che mi possono consentire di sfruttare bene questo tempo di forzosa attesa. 

Il fatto è che questa non è un’attesa normale. Non è la mia influenza stagionale, che mi permette di starmene rintanato a leggere fumetti mentre fuori la vita scorre identica a prima. Questa attesa è un’attesa collettiva, che ha radicalmente cambiato gli spazi di movimento di tutti, che ci sta costringendo in tempi brevissimi a imparare nuovi alfabeti di comportamento, che ci sta confrontando con un universo immaginario e reale del tutto inatteso. E non solo il virus, la minaccia insidiosa; anche andare a fare la spesa in un supermercato che sembra una base nucleare.

Siamo sotto shock. E vale la pena ricordare che essere esposti ad un trauma improvviso prevede tempi lunghi di elaborazione. Si può iniziare con una reazione di allarme, in cui tutto l’organismo si attiva per contrastare un pericolo. Oppure può esserci una reazione di negazione, in cui si percepisce di non avere risorse sufficienti per contrastare la portata di quello che sta avvenendo e ci si ostina a comportarsi come se non fosse cambiato nulla. Ci possono poi essere reazioni di rabbia intensa, che deriva dalla frustrazione di non avere la possibilità di cambiare essenzialmente lo stato di cose. A questo possono seguire emozioni di tono più deflesso, la tristezza, lo smarrimento profondo, la depressione. Quando l’onda lunga è passata arriva il momento di guardare con attenzione quello che è restato sul fondo e da quelle risorse ripartire, per costruire un nuovo modo di essere nel mondo, con abiti per forza diversi. 

Non è allora sorprendente se non riusciamo a sintonizzarci con la spinta enfatica a coinvolgerci adesso in una nuova esperienza, in un nuovo progetto, in una nuova sfida. Siamo storditi, e va bene così. Sia cognitivamente che emotivamente stiamo processando informazioni urgenti e incalzanti. Concediamoci di ammettere di aver ricevuto un colpo e che stiamo controllando di avere quantomeno tutte le ossa a posto. 

Quindi non ci sono, non ci possono essere ricette valide definitivamente, valide per tutti. Cerchiamo di stare vicini alle nostre sensazioni vere, senza negarle. Magari l’inglese lo impareremo con il viaggio che non abbiamo mai avuto l’ardire di fare, dopodomani.

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