Il corpo che manca

Il corpo che manca

Si è iniziato con il non abbracciarsi più, con il non stringersi la mano. Nei primi giorni in cui la notizia del virus diventava sempre più credibile e creduta, ma prima che esistessero regolamenti atti a prescrivere minuziosamente cosa fosse vietato e cosa consentito, è accaduto che le persone abituate a incontrarsi, nella prossimità mettevano un nuovo pensiero, un nuovo spazio: i gesti, da essere automatici e inconsci, sono stati sottoposti a processi di pesa, a un sistema di valutazione temperato da ingredienti plurimi (il proprio senso di sicurezza, le informazioni raggiunte, anche il temperamento personale) che li ha resi indiretti, poco spontanei come lo sono gli incontri tra genitori divorziati alle feste di famiglia.

Una conoscente che ho incontrato ieri in fila al supermercato, mi ha detto che si sente piuttosto a suo agio e serena dentro casa, ma è uscendo che prova solitudine. Perché quelle che incontriamo fuori, negli sprazzi delle uscite necessarie, sono posture forzate dal timore, dall’imbarazzo, dalla sorveglianza sociale. Non sappiamo bene dove metterci, in fila, non sappiamo quanto parlare dietro le mascherine. L’alfabeto dell’incontro di persona, durante questa quarantena, è difficile da decifrare e ci lascia impacciati e frustrati. 

L’isolamento - fisico e psichico - ci restituisce l’immagine di uno spazio chiuso, confinato, protetto. In psicologia, ad esempio, l’isolamento dell’affetto è un meccanismo di difesa per cui sentimenti troppo dolorosi associati ad un’esperienza vengono imbavagliati e forclusi dalla coscienza, come se gli si togliesse l'approvvigionamento energetico e restassero nuclei muti e sconnessi dal resto.

Ecco, mi sembra che questo isolamento sociale stia producendo un’implosione affettiva, in cui la separazione è necessaria per difenderci dal virus ma ci lascia con una mancanza e un silenzio che nel tempo diventano inquietudine. 

Chi lavora come psicoterapeuta sa che il corpo è un elemento imprescindibile della relazione. Al di là di quello che le persone dicono, il corpo porta una partitura che consente di cogliere le sfumature dell’esperienza che si sta comunicando: le gambe possono essere ferme o muoversi ritmicamente, il busto può essere proteso in avanti o sprofondato nello schienale della poltrona, le mani possono intrecciarsi o essere avvinghiate ai braccioli o posate in grembo senza energia, il viso può avvampare, lo stomaco gorgogliare. Di tutti questi segnali, che ci raccontano come le emozioni ci attraversano, negli incontri in videoconferenza non c’è traccia. Si è costretti, allora, a sostituire queste informazioni sovrainvestendo la comunicazione orale: in un incontro di persona, ad esempio, il silenzio - cioè l’assenza di parole - è un momento carico di informazioni, difficilissime da cogliere nella comunicazione a distanza.

Anche chi di noi ha colto l’occasione della quarantena per incontrare virtualmente i propri amici, con chat di gruppo e aperitivi a tema, senz’altro ha fatto l’esperienza che qualcosa di essenziale manca all’interazione e quell’assenza ci stanca, ci fa perdere parte dell’interesse nello scambio.

Il corpo, manca. Manca la densità, mancano gli odori, manca l’energia che accade solo quando si è vicini. Credo che questo fattore, alla lunga, definisca più di quanto possiamo immaginare il buon esito della nostra resistenza rispetto all’isolamento. Siamo animali sociali, chi più, chi meno, e anche se nel tempo breve essere fuori dalla partita delle interazioni con il mondo possa essere un’esperienza addirittura riposante, alla lunga questa solitudine del corpo, questa mancanza di prossimità, sarà uno dei fattori più rilevanti rispetto al nostro stato di benessere psicofisico. E non solo per la mancanza degli abbracci con le persone che amiamo, cosa evidentissima e scontata, ma anche per la mancanza di abitare in modo naturale lo spazio, corpo tra corpi che si muovono e tessono la nostra esperienza del mondo. 

Questo non si può riprodurre in nessun modo, ed è un bene inestimabile.

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