La morte e del perché non se ne può parlare

La morte e del perché non se ne può parlare

Chiudo la porta dello studio e squilla il cellulare. Sono così raggiunta da una terribile notizia: la morte improvvisa di un caro amico in un incidente. Paralizzata e in apnea mi passa nella mente di fare finta di nulla, fare come se non avessi ricevuto la notizia. Tre secondi lunghissimi nei quali ho negato la morte ed ho pensato cosa acquistare per cena.

La morte - intesa quale esperienza dei vivi - è cambiata molto nel corso del tempo. Un tempo non troppo lontano, vivevamo con maggiore disinvoltura la morte ed i suoi rituali rispetto alla contemporaneità.

Quando ero piccola, intorno ai sei anni, frequentavo una scuola elementare privata. Un giorno, prima di cominciare la lezione, la maestra – eccezionalmente laica - portò la classe a fare un ultimo saluto ad una suora appena deceduta: venti bambini al cospetto di una salma livida. Ricordo nitidamente quel momento e, con esso, l’irritazione di mia madre quando lo raccontai. Non le sembrava “una cosa da bambini”. Ciò che viene taciuto ai bambini è una buona misura di cosa, il tempo che si vive, stabilisce essere tabù. Un tempo lo era certamente la sessualità, molto più di quanto non lo sia oggi con il porno stabilmente accessibile a tutti e sempre.

Oggi la morte sembra svolgere la stessa funzione.

L’antropologo Geoffrey Gorer chiama questi i “tabù della decenza” nel suo “Pornografia della morte”:

Per la maggior parte degli ultimi duecento anni, la copula e (almeno nei decenni centrali dell'età vittoriana) la nascita hanno rappresentato i soggetti innominabili (…) intorno ai quali si sono formate tante fantasie private ed è nata tanta pornografia semi-clandestina. Nello stesso periodo, la morte non costituiva un mistero, se non nel senso che la morte è sempre un mistero. (…). Nel diciannovesimo secolo, caratterizzato da alti tassi di mortalità, solo rari individui riuscivano a evitare l'esperienza di veder morire almeno una persona o di porgere i propri omaggi alle “belle salme”; (…) Il cimitero costituiva il luogo principale di ogni villaggio antico, ed era un elemento di primo piano in quasi tutte le città. Nel ventesimo secolo, tuttavia, il senso del pudore è stato interessato da un mutamento passato inosservato: la copula è diventata sempre più nominabile, specialmente nelle società anglosassoni, mentre la morte, in quanto processo naturale, è diventata sempre più innominabile.

A darmi la notizia è stata un’amica che, quasi a volersi giustificare del tempo di latenza tra l’avere appreso dell’accaduto e l’avermelo comunicato, pronuncia queste parole: “Non sapevo come dirtelo”.

Senza parole

L’innominabilità della morte ha un suo portato velenoso. Tra le persone con cui lavoro, ce ne sono alcune la cui identità sembra indissolubilmente legata ad una morte non sufficientemente elaborata, dunque parlata. Penso ad Eva che si definisce orfana ancora prima che donna, avvocata, scrittrice. Penso a Ennio che si comporta come un “esperto di morte” in funzione della perdita del padre in giovane età. Entrambi hanno fatto l’esperienza della negazione della morte, dell’impossibilità di parlarne e di tradurla in occasione di intimità e reciprocità tra chi resta. Il tabù del dolore e della sofferenza è intervenuto drammaticamente. Eva mi racconta di quando il padre la sorprese piangere, aveva dodici anni ed era il giorno successivo ai funerali della madre. Guardandola le chiese stupito “Cos’hai?”. All’epoca le parve che della morte non si potesse parlare ma nella sua terapia non riesce a parlare d’altro: parla di morte nelle sue varie forme, la morte del corpo e del desiderio, la sfiducia nel futuro e nel prossimo, di fallimento e di impotenza. Anche Ennio, a suo modo, porta questa esperienza. Dopo la morte del padre all’età di dieci anni, perse i contatti con tutta la famiglia paterna e non parlò mai più del padre con nessuno, in particolar modo la madre. Un tacito accordo tra loro, fare come se non fosse mai esistito. Inutile dire che silenziare un’emozione la porta a manifestarsi in altre forme, non sempre desiderabili. Ennio, nello sforzo di rinunciare al padre e alla parola, ha adottato come tratti identificatori proprio quegli elementi che lo rendevano - il padre -  ai suoi occhi cattivo, come l’irritabilità e le dipendenze, e in questo modo doloroso e autolesivo dà voce al passato, ripetendolo.

I riti, e la vita che ripara la morte

Come poter stare vicino o dentro l’esperienza della morte senza naufragare nel dolore, senza cadere anche noi nell’angoscia profonda del non esistere? In questo la funzione dei rituali, ereditati o inventati, hanno una funzione importante: tracciano confini e danno regole del gioco per poter vivere l’esperienza in sicurezza. 

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