Credi che il lavoro che fai serva?

Credi che il lavoro che fai serva?

YouGov, una società di analisi dei dati, nel 2015 ha intervistato un vasto campione di persone britanniche, chiedendogli se pensavano che il loro lavoro potesse dare un contributo significativo al mondo. Il trentasette per cento ha detto di no e il tredici per cento non era sicuro: una percentuale elevata, che ha avuto eco altrove. Nei Paesi Bassi, risaputamente funzionali e ben adattati, il quaranta per cento degli intervistati credeva che il proprio lavoro non avesse ragione di esistere.

Queste analisi fioriscono dalla pubblicazione, nel 2013, del libro dell’antropologo americano David Graeber, Bullshit Jobs, che con una piccola riduzione di volume potremmo tradurre con “lavori del cavolo”.

I numeri dei sondaggi che sono stati fatti in giro probabilmente sottostimano il problema: consulenti per le risorse umane, coordinatori delle comunicazioni, avvocati societari, addetti ai servizi di customer care,curatori di produzioni creative, assistenti al marketing, accumulatori di moduli, procedure, report che non servono a nessuno e che non entreranno mai davvero in nessun processo fondamentale alla crescita di aziende, società e simili: sono il prodotto di accompagnamento tossico di una certa impostazione dell’attuale capitalismo neoliberista, che, deluso il principio della semplificazione, ci sta regalando una forma diversa di complessità, che spesso atterra e si incarna nel “lavoro inutile”. 

Anche l'epidemiologia del problema - come e perché le cose sono andate in questo modo - è piuttosto sfocata. Graber crede che i lavori inutili aiutino a spiegare perché alcune previsioni economiche su larga scala si sono rivelate sbagliate. In un famoso saggio redatto nel 1928, John Maynard Keynes fece la previsione che, un secolo dopo, l'efficienza tecnologica in Europa e negli Stati Uniti sarebbe stata così grande, e la prosperità così assicurata, che le persone si sarebbero sforzate di evitare di impazzire per il tempo libero e la noia. Forse, scrisse Keynes, avrebbero potuto programmare di mantenere tre ore di lavoro al giorno, solo per sentirsi utili. Non è stato così, non è così. Siamo quasi nel 2028 e, sebbene la tecnologia abbia effettivamente prodotto efficienze abbaglianti e l’occupazione si sia spostata dall’agricoltura, dall’industria manifatturiera e dalle miniere ai servizi, si continua a lavorare molto per finanziare il mondo così com’è: una specie di immenso organismo che si nutre di se stesso, senza riflettere più di tanto sui suoi meccanismi metabolici e sul valore di quello che manda in circolo.

Nonostante spesso i lavori inutili non sono mal retribuiti, le persone che li fanno sperimentano, sul piano psicologico ed emotivo, un vissuto di frustrazione e tristezza. Questo non stupisce: per quanto sono molti i tentativi di ridistribuire il peso del lavoro all’interno del tempo di vita, il lavoro continua a intessere un dialogo molto acceso con la percezione dell’identità personale. “Di cosa ti occupi?” Ognuno di noi sa che questa è una delle domande che più spesso si rivolgono persone che si stanno conoscendo, nell’attesa che il lavoro fornisca informazioni essenziali su quello che la persona è. 

Discorso con una lunga storia quello della relazione tra lavoro e identità: mentre fino alla prepotente ascesa del modello neoliberista, della dislocazione dei mercati e della frammentazione dei modelli sociali legata alla diffusione della vita rete-dipendente, il destino lavorativo degli individui godeva di una certa coerenza (in cui si mettevano in riga disponibilità economiche della famiglia di origine - scelta dei percorsi formativi - carriera) adesso il mondo del lavoro si dimostra molto più imprevedibile e incerto.

Prima, insomma, al lavoro si chiedeva di assolvere in primis al bisogno di sicurezza: ci si creava “una posizione” e da lì si costruivano altre scelte identitarie: l’abitazione e la famiglia, ad esempio (sia nella versione positiva che negativa del modello: se cioè non ci si creava una posizione, anche quello definiva un’immagine identitaria).

Oggi le premesse di questo sviluppo sono cambiate: sono cambiati gli assetti di partenza (le disponibilità economiche delle famiglie di origine), la formazione continua ad essere orientata soprattutto ad un acculturamento non specialistico, le offerte lavorative sono esplose in moltitudini di possibilità, la contrattualistica prevede opzioni prima impensabili.

Si è anche raffinato il bisogno: non si chiede più (o soltanto) che il lavoro soddisfi il bisogno di sicurezza; gli si chiede di rispondere al bisogno di riconoscimento. La misura della desiderabilità sociale non è più legata esclusivamente all’equazione successo = ricchezza. Spuntano altri parametri: una vita lavorativa emozionante, ricca di stimoli, divertente da raccontare. Quando devo raccontare quello che faccio in una conversazione, se il mio lavoro è “interessante”, acquisisco punteggio sociale. Non ha smesso di essere importante il legame tra identità e lavoro, ma si sono diversificati gli indicatori di desiderabilità sociale e di soddisfazione narcisistica connessi all’identità lavorativa. Questo è il motivo per cui si è anche disposti ad accettare un lavoro mal retribuito se questo lavoro risulta interessante. 

E questo è il motivo per cui, se faccio un lavoro inutile, mi si pongono davanti alcune strade: se lo riconosco, posso provare a ridurne l’impatto sulla vita, magari contraendo il tempo che gli dedico, in modo da avere spazi e tempi residui per arricchire la mia soddisfazione identitaria; se non lo riconosco, posso colludere con il meccanismo, fingendo che serva, magari al costo di un nascosto senso di insoddisfazione. 

Primo Levi nel 1978 scrisse che amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità in terra. Forse i tempi sono cambiati, in questa grande frammentazione identitaria che è epifania esistenziale e psichica dell’era digitale. Ma il sapore della felicità non dev’essere cambiato poi molto.

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