Ho visto il mio capo in maglietta sportiva

Ho visto il mio capo in maglietta sportiva

Ieri, durante la riunione video in cui dovevamo discutere delle prossime azioni dell’Area Comunicazione, il mio capo si è presentato con uno sfondo di vetrate che affacciavano sul quartiere di Roma dove vive. “Sto in veranda”, ha commentato, lasciando aperto uno spazio di immaginazione su scenari di vita domestica fino a quel momento sconosciuti (a noi altri, quantomeno).

Quello che sta accadendo in questi giorni di forzata clausura e di modalità di lavoro da casa riguarda anche questo: l’involontario assottigliamento tra la soglia privata e quella pubblica. Involontario, dico, perché evidentemente questa contrazione dello spazio normalmente deputato al lavoro, con il suo articolato rituale, in una cornice normalmente associata alla vita extralavorativa, è frutto di una necessità. Intorno a questa necessità, però, l’organizzazione che ne deriva ha una quota variabile ma irriducibile di determinazione volontaria.  

Lo psicanalista Carl Gustav Jung definiva “Persona” quella parte della nostra personalità che appaltiamo alla relazione con l’esterno: è la maschera, il vestito (Persona inteso come “personaggio teatrale”) che scegliamo di indossare per presentarci al mondo. “Il vero superficiale è chi non giudica dalle apparenze”, diceva Oscar Wilde, lasciando intendere che il modo attraverso cui scegliamo di apparire all’esterno dice qualcosa di noi, ci inserisce in un codice sociale che ci precede, pregiudiziale quanto si voglia, ma non per questo meno presente e collettivamente riconoscibile. Mi viene in mente la fotografia di Aldo Moro che passeggia sulla spiaggia insieme a sua figlia vestito di tutto punto, camicia bianca, cravatta, completo grigio abbottonato, addirittura le scarpe. Secondo la testimonianza della figlia Agnese, lui riteneva che essendo un rappresentante del popolo italiano doveva essere sempre dignitoso e presentabile. La politica degli ultimi anni ha ampiamente utilizzato questo codice per veicolare messaggi: pubblicare foto sui social mentre si mangia l’anguria non è esattamente frutto di uno scatto rubato; sappiamo che c’è una strategia di comunicazione precisa dietro.

Tornando ai nostri giorni, con la necessità di lavorare da casa, ognuno di noi sta probabilmente decidendo, in modo più o meno cosciente, cosa mostrare e cosa no. Cosa è opportuno e cosa no. Cosa è inevitabile e cosa no. Può capitare, quindi, che durante una riunione via skype, nella stanza non blindata in cui ci siamo rinchiusi, entrino le voci dei bambini che stanno giocando in salotto. Può capitare che mentre si parla con un fornitore si sentano in sottofondo gli schiamazzi delle galline. Può capitare di vedere e far vedere, di sé, i quadri appesi dietro la postazione di lavoro, la cucina con i barattoli delle spezie, gli armadi delle stanze da letto, ricovero ultimo dove cercare un po' di tranquillità in case spesso troppo affollate. Prima della video call delle 9, le donne possono riflettere se sia il caso di truccarsi o no, gli uomini se può essere presentabile una maglietta sportiva. 

Questo assottigliamento della soglia tra pubblico e privato mi fa venire in mente due riflessioni sul piano psicologico: una, sullo sfondo, che la labilità della soglia ci mette un po' nella posizione di essere sempre “raggiungibili” dal lavoro, che non ci sia più, a meno che non ce lo inventiamo e ci forziamo a onorarlo, un rito di entrata che delimiti i due universi di appartenenza. L’altra è che, di contro, questa esposizione di parti della nostra intimità in un tempo di lavoro, possono contribuire a ammorbidire quell’ansia performativa così pervasiva nella nostra epoca. E che le sensazioni di piccola tenerezza, di insolita confidenza, di inattesa condivisione che nascono dalle infrazioni delle nostre vite private nella nostra dimensione pubblica possano arricchire di umanità la nostra immagine intera.

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