Schizofrenia

Schizofrenia

Maya Abbott era una donna che si presentò in terapia parlando di esperienze psichiche estreme. Aveva allucinazioni uditive, provava un senso di irrealtà e straniamento disturbanti. Riteneva di agire ormai come una macchina e non una persona, senza avere controllo sulla sua mente.

Maya presentava diverse caratteristiche psicotiche e schizofreniche. La sua mente sembrava essere scissa dalla realtà, come se avesse costruito un proprio immaginario simbolico molto difficile da decifrare sia per lei, sia per le persone che le stavano attorno.

Osservando Maya come un individuo, era facile pensare che fosse affetta da qualche processo degenerativo interno, una regressione spontanea e autonoma del cervello, impossibile da decifrare e recuperare. 

R. D. Laing e Aron Esterson, i suoi terapeuti, vollero però percorrere un’altra strada, ossia inserire Maya nel suo contesto relazionale.
Invitarono in seduta i suoi genitori e un nuovo mondo simbolico si aprì di fronte ai loro occhi.

Maya presentava un sintomo tipico della schizofrenia paranoide, le idee di riferimento: il paziente si convince che alcuni segnali neutri inviati dalle persone attorno a lui, siano in realtà a lui riferiti, che dunque lo riguardino in prima persona. Nel delirio paranoide, ad esempio, un paziente può leggere le parole di un politico come riferite a sé stesso (pensate a Taxi Driver di Scorsese e al delirio del protagonista interpretato da Robert De Niro).

Nel caso di Maya, la donna era convinta che i suoi genitori stessero cospirando alle sue spalle. A qualche livello percepiva che la coppia genitoriale comunicasse in modo enigmatico, escludendola dalla conversazione.

L’aspetto incredibile è che Maya aveva ragione. I genitori, in seduta, cominciarono a scambiarsi cenni d’intesa, strizzatine d’occhio, sorrisi, gesti con le mani, in un dialogo che era palesemente volto a escludere gli altri presenti dalla comunicazione. I terapeuti fecero notare questo aspetto, ma entrambi negarono e continuarono imperterriti nel gioco rituale. 

Inserita nel contesto delle relazioni familiari, la “paranoia” di Maya acquisiva senso. Non appariva più come delirio inspiegabile venuto da chissà dove. Dicono i due autori:
In Maya gran parte di ciò che poteva essere interpretato come paranoico era sorto perché non si fidava della sua stessa mancanza di fiducia. Non riusciva a credere veramente che quello che era convinta di vedere stesse accadendo sul serio. Un’altra conseguenza era che non riusciva a discriminare facilmente tra le azioni che solitamente non vengono considerate comunicazioni, ad esempio togliersi gli occhiali, strizzare gli occhi, grattarsi il naso, aggrottare le sopracciglia e così via, e quelle che invece lo sono; era un altro aspetto della sua paranoia. Erano soltanto quelle azioni, tuttavia, che i suoi genitori utilizzavano, come segnali, come “test” per vedere se Maya li avrebbe raccolti, ma la parte essenziale di questo gioco dei genitori era che, se ci fossero stati commenti, la risposta divertita sarebbe stata: “Che cosa vuoi dire?”, “Quale ammiccamento?” e così via.

In altre parole, il comportamento di Maya, apparentemente incomprensibile, bizzarro, indecifrabile quando la si incontrava da sola, assumeva un significato evidente e interpretabile se osservato nel contesto relazionale originario in cui quel comportamento era sorto.

Laing e Esterson, per elaborare la loro interpretazione della mente schizofrenica, si rifecero a un loro predecessore illustre, Harry Stack Sullivan. Sullivan fu uno dei primi clinici a considerare i pazienti schizofrenici come estremamente sensibili e reattivi all’ambiente interpersonale e al contesto entro cui vivevano le relazioni più significative.

Alla base della chiusura psicotica dal mondo reale, ci sarebbe, fra molti altri fattori significativi, una incapacità a interpretare in modo chiaro e affidabile gli scambi relazionali con le figure di riferimento dei propri contesti di origine. La schizofrenia potrebbe essere interpretata come la difesa estrema per proteggersi dall’ambivalenza relazionale: se la mente non è più in grado di riconoscere e significare i gesti reali, essa si scinde, si ritrae in sé stessa, costruendo un immaginario puramente psicotico, che dall’esterno diventa incoerente e imperscrutabile, ma il cui senso è rintracciabile nelle relazioni primarie del soggetto.

Da sempre la psichiatria, e oggi anche le neuroscienze, riconducono la schizofrenia principalmente a tare genetiche, oltre che a fattori traumatici, identificati però, quasi sempre, quando sono macroscopici. Un approccio coerente con la funzione che entrambe si auto-riconoscono, quella della riduzione o eliminazione dei sintomi psicotici attraverso la farmacologia.

La tendenza a sottostimare cause psicologiche più sottili e reiterate, che si iscrivono nel legame psicotico tra genitori o figure di accudimento e figli, è ancora molto spiccata.

Eppure già i primi psicoanalisti come Ferenczi avevano identificato la serie di eventi traumatici non eclatanti che portano il bambino alla disorganizzazione psichica. Un intreccio di condotte genitoriali confusive, che mescolano aspetti eccitanti, terrorizzanti, seducenti e dolorosi. Condotte corroborate da diniego o minimizzazione da parte degli stessi genitori, come nel caso di Maya. E proprio il disconoscimento dell’abuso è uno dei fattori più rilevanti nello sviluppo della schizofrenia. Basti pensare alla terribile confusione di linguaggi che porta con sé l’abuso sessuale per un bambino. Il linguaggio della tenerezza si fonde con quello della seduzione violenta, entro un rapporto di dipendenza di cui il bambino non può fare a meno. Tale sovrapposizione di codici, emozioni e significati, tuttavia, è negata dal genitore abusante, portando il bambino a non riconoscere più il limite fra ciò che è atteso e desiderato e ciò che è subìto e obbligato, fino a dubitare della propria percezione della realtà.
Se quell’amore è così violento e mi fa male e la persona di cui mi fido nega che lo sia, di cosa posso fidarmi?

Tale argomentazione venne successivamente raffinata da Masud Khan, attraverso il concetto di trauma cumulativo.
La destrutturazione psichica del bambino dipendente dalla figura di riferimento, non ha sempre a che fare con grandi traumi, come gli abusi sessuali. Talvolta, è l’esito di sottilissime tessiture relazionali, interazioni continue, ripetute, quotidiane, apparentemente impercettibili, che sottopongono il futuro schizofrenico a tensioni costanti in una fase di sviluppo psichico molto delicata. E’ proprio il reiterarsi di queste interazioni che nel tempo produce l’espressione psicotica entro contesti familiari altamente disfunzionali.

Una grave convinzione, tuttavia, pervade ancora oggi il campo dell’intervento sulla schizofrenia, ampiamente delegato alla psichiatria. Essa sarebbe controllabile con i farmaci, ma non trattabile a livello psicologico e psicoterapeutico.
Il paziente schizofrenico, sempre di più, sembra il pària della malattia mentale. Incurabile, indecifrabile, perso in un mondo oscuro, può essere soltanto tenuto a bada con le sostanze psicotrope e magari parcheggiato in qualche centro diurno.

Come visto sinora, invece, l’intervento psicologico può essere un serio ambito di sviluppo per la schizofrenia. Laddove la psichiatria riduce sintomi, la psicologia recupera contesti, significati relazionali, modalità comunicative, che permettono di sottrarre la mente schizofrenica tanto alla sua individualità segregata, quanto alla sua aura enigmatica.
Un lavoro complesso, faticoso, ma che ha possibilità di sviluppo, oltre la necessità sociale di eliminare alla vista l’angoscia che lo schizofrenico evoca. Un’angoscia che forse è anche maggiore di quella che prova lo schizofrenico stesso.

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